Conosciamo la storia di Luigi Pincelli, nato nel 1971 a Sassuolo, con una spiccata passione per la scrittura e per l’osservazione della realtà che lo circonda. Dopo la laurea in Economia Aziendale all’Università di Modena, muove i primi passi nel giornalismo collaborando con il Resto del Carlino, dove scopre il valore di raccontare storie autentiche e di cogliere i dettagli del territorio. Alla fine degli anni ’90, Pincelli si avvicina al mondo del marketing e della comunicazione nel Distretto Ceramico, lavorando con importanti aziende locali. Il suo percorso professionale lo porta poi a Milano, dove entra in Omnitel e, successivamente, in Vodafone Italia. Nel 2015 torna a Sassuolo, assumendo il ruolo di Direttore Marketing e Comunicazione in un grande gruppo industriale ceramico, guidando per nove anni progetti strategici e innovativi. In questa intervista, Pincelli ripercorre il proprio percorso, dalla curiosità del giovane giornalista alla sfida di trasformare prodotti e brand in storie capaci di coinvolgere e affascinare, offrendo consigli preziosi a chi desidera intraprendere la sua stessa strada.
Partiamo dagli anni ’90: sei nato e cresciuto a Sassuolo e hai iniziato come collaboratore del Resto del Carlino. Qual è il primo ricordo che ti viene in mente di quel periodo?
Il primo ricordo è legato alla scoperta di una passione che stava prendendo forma. Negli ultimi anni di liceo sentivo sempre più forte il bisogno di scrivere, raccontare e osservare la realtà che mi circondava con uno sguardo curioso. Iniziai quasi per gioco a improvvisarmi “giornalista”, ma quel gioco divenne presto qualcosa di serio. Collaborare con il Resto del Carlino mi permise di entrare in contatto profondo con la mia realtà locale: Sassuolo, con le sue sfumature, i suoi personaggi, i suoi riti quotidiani. Raccontarla significava anche conoscerla meglio, coglierne i dettagli e i cambiamenti, sentirmi parte attiva di una comunità.
Com’era la redazione di Sassuolo in quegli anni? E quali insegnamenti ti ha lasciato quel periodo?
Era una redazione composta da persone estremamente appassionate e curiose. C’era un forte senso di responsabilità verso i lettori e, allo stesso tempo, un sano spirito di scoperta. Tutti avevano voglia di raccontare ciò che accadeva, di dare voce alle storie del territorio e ai suoi protagonisti. Da quel periodo ho imparato il valore dell’ascolto, della precisione e del rispetto per chi legge. Ma soprattutto ho imparato che raccontare bene una storia significa prima di tutto comprenderla a fondo.
Tra tutti gli articoli o servizi che hai realizzato, ce n’è uno che ricordi con particolare piacere o che ti ha segnato?
Ricordo con grande affetto un breve pezzo sulla morte dell’anziano arciprete di Sassuolo, monsignor Zelindo Pellati. Era una figura molto amata e rispettata in città e sentii la responsabilità di raccontarlo nel modo più autentico possibile. Cercai di restituire non solo il ruolo pubblico, ma anche il suo stile umano: la dolcezza, i movimenti lenti e delicati, il modo in cui si relazionava alle persone. Fu un esercizio di sensibilità che ancora oggi considero importante nel mio percorso.
Dopo il giornalismo sei passato al marketing e alla comunicazione nel Distretto Ceramico: com’è stato fare questo salto?
È stato un passaggio meditato e costruito. Prima di tutto ho investito un anno nella mia formazione post-laurea, frequentando un Master in Comunicazione e Marketing a Milano. Successivamente entrai in contatto con la famiglia Mussini del gruppo Panaria, che mi diede fiducia per il mio primo incarico professionale. Iniziai come addetto marketing in quella che allora era Ceramiche Artistiche Lea, oggi Lea Ceramiche. Fu un’esperienza intensa e avvincente: mi permise di conoscere a fondo il mondo ceramico, le sue logiche industriali, le dinamiche di marketing e il modo in cui il prodotto può diventare racconto e identità.
Quali competenze da giornalista ti sono state più utili nel marketing e nella comunicazione aziendale?
Senza dubbio la voglia di scoprire e raccontare. Quello che prima facevo per i lettori, ora lo facevo per i clienti. Cambiava il contesto, ma non l’approccio: osservare, capire, selezionare e tradurre contenuti complessi in messaggi chiari e coinvolgenti. Il mio obiettivo diventò rendere una nuova collezione ceramica il più seducente possibile, costruendo un racconto che ne valorizzasse l’identità e il senso.
C’è stato un progetto o un momento che consideri un vero punto di svolta nella tua carriera?
Siamo alla fine del 2000. Mi ero da poco trasferito a Milano ed ero entrato in quella che allora si chiamava Omnitel. Venni scelto per far parte del team che curava la pubblicità rivolta al grande pubblico dei consumatori finali, in particolare le campagne televisive. Erano progetti ambiziosi, con budget e aspettative paragonabili a vere e proprie produzioni cinematografiche. Gli spot andavano in onda ogni giorno e intrattenevano milioni di spettatori con uno stile spettacolare e memorabile. Per chi ha la mia età, impossibile non pensare alle campagne con Megan Gale: quello è stato un vero spartiacque professionale.
Dal 2000 al 2013 sei stato in Vodafone Italia come responsabile delle campagne pubblicitarie: quali sfide hai affrontato in un contesto così competitivo e tecnologico? E come cambia il linguaggio della comunicazione passando dalla ceramica alle telecomunicazioni?
Le sfide erano legate a ritmi di lavoro molto elevati e a grandi aspettative da parte del top management. Ogni progetto veniva seguito e valutato in tutte le sue fasi, a partire dall’allora Amministratore Delegato Vittorio Colao, un manager capace di visione, entusiasmo e critica costruttiva. Le telecomunicazioni avevano un linguaggio molto più vicino all’intrattenimento e all’arte, che fosse cinematografica, visiva o narrativa. Questo si rifletteva nei mezzi utilizzati — televisione, cinema, radio, stampa e affissioni — e nei grandi budget a disposizione. Rispetto alla ceramica, il racconto era più immediato, emozionale e orientato al grande pubblico.
Tra tutte le campagne e i progetti di quegli anni, c’è qualcuno di cui vai particolarmente orgoglioso?
Senza dubbio il percorso di transizione da Omnitel a Vodafone, che ho avuto l’opportunità di guidare e accompagnare per oltre due anni. Si trattava di traghettare un brand molto noto e amato verso una nuova identità, destinata a durare nel tempo. Un ruolo fondamentale lo ebbe la sponsorizzazione Vodafone–Ferrari, un vero passepartout di lusso che aiutò il pubblico italiano ad accogliere il rosso Vodafone e i suoi segni distintivi, fino ad allora sconosciuti.
Dal 2015 per nove anni sei stato Direttore Marketing e Comunicazione in un grande gruppo ceramico: come è cambiata oggi la comunicazione di un’azienda industriale rispetto a dieci o vent’anni fa?
È cambiata radicalmente. Oggi sono protagonisti canali che fino a dieci anni fa erano accessori, come il digital e i social media. Allo stesso tempo è tornata centrale la cura delle relazioni pubbliche e dei rapporti con la stampa, per permettere ai media e agli opinion maker di raccontare il brand a target strategici. La comunicazione è diventata più frammentata, ma anche più dialogica e continua.
Quanto conta ancora oggi la capacità di raccontare storie, anche in un contesto industriale o aziendale?
Conta più che mai. Al di là di un termine forse abusato come “storytelling”, coinvolgere i propri interlocutori attraverso una storia che abbia al centro il prodotto o il brand è fondamentale per conquistare attenzione e affezione. La semplice comunicazione pubblicitaria rischia di essere ignorata o bypassata; una storia autentica, invece, crea relazione e memoria.
Se dovessi dare un consiglio a un giovane che vuole entrare nel giornalismo o nella comunicazione aziendale, quale sarebbe?
Leggere molto e coltivare continuamente la curiosità. Oggi esistono moltissimi canali per accedere a contenuti di qualità: video, podcast, speaker autorevoli, fonti di aggiornamento sull’evoluzione della comunicazione. Bisogna nutrirsi di tutto ciò che è espressione creativa e culturale — arte, musica, pubblicità, fotografia — perché ogni stimolo può diventare un tassello utile per costruire uno sguardo personale e consapevole sul mondo.
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