Andrea Garzone, giornalista per anni al Il Resto del Carlino e uno dei giovani talenti della redazione di Luigi Giuliani, racconta il suo percorso unico, dalla redazione alla consulenza manageriale. Tra i ricordi delle “domeniche di austerity” in bicicletta, l’adrenalina delle chiusure in redazione e l’incontro con grandi figure del giornalismo locale, Andrea condivide gli insegnamenti che la cronaca gli ha lasciato: la capacità di osservare, capire e comunicare in modo chiaro ed efficace. Un’intervista che esplora non solo la trasformazione di una carriera, ma anche l’evoluzione del giornalismo dagli anni Ottanta a oggi, e il filo invisibile che lega la scrittura alla leadership e alla comunicazione nelle organizzazioni.
Andrea, sei passato dal giornalismo alla consulenza manageriale: se dovessi raccontarti oggi, qual è la frase che ti rappresenta?
Dà orecchio a tutti e il tuo tempo a pochi, non idolatrare nessuno perché la decisione finale la devi sempre prendere tu e, se devi sbagliare, fallo in fretta.
Cosa ricordi del tuo primo incontro con il giornalismo? È stato un colpo di fulmine o una strada nata quasi per caso?
Sono sempre più convinto che il primo appuntamento con il giornalismo si sia verificato a mia insaputa in 5^ elementare quando la maestra, con mia assoluta sorpresa, lesse davanti a metà delle classi della scuola un mio tema. In pratica era il reportage di una delle tante Domeniche di austerity, così definite perché qualcuno aveva pensato che per contrastare la crisi petrolifera potesse essere utile vietare la circolazione di tutto quello che avesse un motore a combustione nelle giornate festive (e le auto elettriche non erano ancora commercializzate). In quella Domenica primaverile del 1973 con le strade deserte, in sella a una bicicletta rossa (chissà dov’è finita ora) a 9 anni, pedalai, partendo da Fiorano, fino alle porte di Vignola (mentre ci penso, mi sembra di riudire lo sfregamento della catena, un po’ lenta, contro il carter di tipo chiuso) e poi scrissi questa esperienza sulle righe del quaderno di Italiano (chissà dove si è cacciato in questo momento). Quel 10 e lode datomi dalla maestra in maniera così inaspettatamente “pubblica” mi diede consapevolezza del fatto che il modo che avevo usato per mettere su carta le emozioni di quella passeggiata in bici era un metodo efficace e che, evidentemente, piaceva. Probabilmente quando scrivo, con pochissimi “aggiustamenti”, è il modo che uso ancora oggi (ma adesso lo posso pomposamente e, forse, inutilmente definire “stile”).
Com’erano gli anni Ottanta in una redazione come quella del Resto del Carlino? Qual era l’atmosfera, il ritmo, la cultura professionale?
La mia esperienza come cronista al Carlino di quegli anni si divideva in due parti vicine e distinte. La prima si svolgeva a Sassuolo quasi in assenza di un luogo fisico che si potesse chiamare redazione tant’è vero che le famose riunioni del Sabato mattina si svolgevano al bar ‘Garibaldi’ in Piazza Piccola. La seconda parte aveva invece come perimetro i solidi muri della redazione di Modena in Via Zucchi, con le ticchettanti macchine da scrivere meccaniche che i nuovi computer stavano fisicamente relegando in uno spazio sempre più ristretto e, soprattutto, c’erano loro: i professionisti! Giornalisti “veri” con la loro scrivania proprio come nei film americani.
L’atmosfera più piacevole era quella che si respirava a Sassuolo poiché eravamo un gruppo di una decina di persone o poco più, tutte intente a cercare con costante e ingenua testardagine la notizia, quella vera, che spesso si riusciva a cogliere nel suo aspetto più genuino poiché si era presenti proprio mentre si verificava, lì sulla strada. Anche per questo il ritmo era serratissimo e quasi sempre culminava nella corsa alla stazione dei treni per mandare, con una busta che viaggiava fuori dal sacco postale (e per questo immediatamente consegnabile al responsabili della redazione) articoli e foto che dovevano entrare nella tiratura del giornale del giorno successivo.
La cultura professionale era improntata ad una larghissima libertà d’azione, c’era sì probabilmente una linea editoriale, ma non ho mai incontrato qualcuno che la sbandierasse o peggio la imponesse. Certo, quando entravi in rotta di collisione con tale linea nessuno ti diceva niente epperò te ne accorgevi dal fatto che il pezzo che avevi scritto non veniva pubblicato. Devo dire, che difficilmente qualcuno ti spiegava il perché, anche se, a conti fatti, questa “procedura” era utilissima poiché ti obbligava a raffinare il tuo senso critico e la capacità di sintesi.
Quali sono stati gli insegnamenti “di bottega” più importanti che ti ha lasciato quel periodo?
Di insegnamenti diretti, potrei anche non ricordarmi bene, ma credo proprio di non averne ricevuti. Voglio dire, che qualcuno mi abbia preso da parte per dirmi: «guarda, si fa così, così e così e non si fa questo, questo e questo», non è mai successo. Ma si imparava lo stesso e anche tanto. Si imparava con l’esempio di tutti quelli che erano arrivati prima di te e, a volte, anche di quelli che erano arrivati dopo. Il risultato fu una squadra di giovani che agivano come professionisti e che non si resero mai conto che in quel periodo, come poi affermò qualcuno, probabilmente furono parte della migliore squadra di cronisti in Italia (e questa incoscienza fu pura poesia). Un insegnamento importante che ho avuto grazie sia alla redazione sassolese sia alla redazione modenese (e sempre indirettamente) è quello che posso riassumere con il concetto dell’aereo che non potrebbe volare, anzi, non potrebbe nemmeno decollare se non esistesse la resistenza dell’aria.
C’è un articolo, una giornata particolare, un episodio di cronaca o di chiusura che ti è rimasto addosso?
La mia giornata particolare si verificò, a metà anni ’90, un Sabato dopo la riunione di redazione che si teneva al bar Garibaldi in Piazza Piccola. Non riuscivamo a “decifrare” un comunicato stampa del Comune di Sassuolo che non permetteva di capire se il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, in quegli anni presieduto da Walter Veltroni, avesse o no approvato il progetto di costruzione del nuovo polo scolastico. L’ubicazione del cantiere all’interno del Parco Ducale era già stata bocciata dalla Soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio di Bologna e l’amministrazione comunale sassolese era scesa a Roma per fare valere le proprie ragioni; tornata a casa divulgò un sibillino comunicato stampa che lasciava aperte una immane quantità di possibili conclusioni. Alla presenza di così tanto “fumo” decisi che si dovesse indagare per vedere se c’era o no anche un po’ di arrosto.
Davanti a tutti, seduto su uno dei divanetti nell’angolo della sala più interna del bar Garibaldi, quella che dà le finestre su via del Pretorio, dissi: «Io telefono al Ministero». Qualcuno mi rispose: «Se credi di riuscirci, fallo». E io lo feci. Il giorno dopo uscì sul Carlino la mia intervista al sottosegretario di Stato al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali Willer Bordon nella quale si poteva finalmente capire come erano veramente andate le cose. Bordon mi promise anche che sarebbe venuto personalmente a consegnare il vero progetto approvato per la costruzione del polo scolastico. Mantenne la promessa e quel giorno, mentre guardava da una finestra del palazzo Ducale di Sassuolo il Parco antistante, si girò verso di me e disse: «Adesso capisco il suo amore per questa città».
A un certo punto hai scelto una strada diversa: quando hai capito che la tua carriera stava cambiando direzione?
Non ho mai pensato che la mia carriera sarebbe stata quella del giornalista professionista poiché il mio obiettivo non era l’informazione bensì la comunicazione. Si tende a pensare che informazione e comunicazione siano sinonimi in realtà sono realtà completamente diverse. La prima si svolge in maniera unidirezionale: una parte, definita “trasmittente”, invia informazioni e un’altra, denominata “ricevente” le processa accrescendo così, quando possibile e se lo ritiene utile, la propria conoscenza.
La seconda, la comunicazione, è un flusso bidirezionale e obbligatoriamente prevede la necessità di un riscontro, una risposta, una reazione o ritorno, insomma l’informazione si differenzia dalla comunicazione per la mancanza di feedback e la cosa più affascinante è che tutti i soggetti attivi nella comunicazione sono sia trasmittenti sia riceventi e i due ruoli si invertono continuamente. Il bello è che per comunicare a volte non occorre nemmeno parlare, a volte basta inarcare un sopracciglio o piegare l’angolo della bocca.
Che cosa del giornalismo ti è tornato più utile nella consulenza manageriale?
Il giornalismo per un comunicatore è una vera e propria palestra di altissimo livello. O, almeno lo era il giornalismo di quell’epoca perché eravamo piacevolmente obbligati a cercare le notizie sul territorio, fra le persone e con loro dovevi parlare ossia comunicare, magari al telefono, spessissimo anche a quattrocchi. Allora non me ne resi conto e oggi con il senno di poi, posso dire che il giornalismo, soprattutto quello locale portò tutti noi giovani della redazione sassolese a ripercorrere le cifre stilistiche che erano già state del più grande giornalista e scrittore del Novecento: Hernest Hemingway. Addirittura? Sì, soprattutto nell’applicazione di quella che lui definì “la teoria dell’Iceberg”: il giornalista (e vale anche per lo scrittore) deve appropriarsi del 100% della notizia agendo sul campo in modo diretto e personalmente, deve essere a conoscenza della intera storia e scriverne sul giornale solo un 10% (solo la parte visibile dell’iceberg) ossia autolimitarsi ai fatti riportando solo i punti salienti; così operando le azioni parlano per le emozioni e la conseguenza è che il lettore si immedesima in quanto sta leggendo e completa da solo i vuoti lasciati volutamente dall’autore.
L’articolo che noi cronisti sassolesi redigevamo doveva entrare in uno spazio prestabilito e spesso ridottissimo e questo ti insegnava l’utilizzo di pochi aggettivi, congiunzioni e avverbi, l’uso di frasi concise, l’eliminazione dei punti esclamativi, l’azzeramento del superfluo e, quando presenti, i dialoghi erano asciutti ed essenziali. La comunicazione utilizzata per raccogliere il 100% della notizia poi, però, riportando il tutto sulla carta stampata del giornale si spostava verso la unidirezionalità della informazione. L’esplosione dei social media si è inizialmente verificata proprio perché hanno permesso di, guarda caso, comunicare e non semplicemente informare e le prime avvisaglie si evidenziarono già con i caratteri degli sms che tentavano di comunicare una emozione (per esempio un punto e virgola seguito da una parentesi 😉 per indicare che si stava sorridendo e facendo l’occhiolino e poi arrivarono le famose e ancora attuali “faccine”).
Un consulente manageriale deve comprendere, spesso a prima vista, realtà aziendali complesse, realtà che caratterizzano la vità di decine, centinaia e anche migliaia di persone e una delle cose che mi è tornata utile grazie al giornalismo di quegli anni è stata quell’affinamento della capacità di capire chi ti stava davanti in pochi secondi (ossia leggere il suo 10% di iceberg e intuire il restante 90%) soprattutto perché allora la verifica delle fonti era vitale: divulgare anche una sola di quelle che oggi sono le cosiddette fake news equivaleva a perdere la propria credibilità di professionista. Quasi sempre… per sempre.
E cosa, invece, hai dovuto imparare da zero passando dal racconto dei fatti all’analisi delle persone e delle organizzazioni?
Proprio da zero direi nulla. Ecco, forse la pianificazione finanziaria sia personale sia aziendale ha richiesto una formazione tecnica specifica che non avevo e per questo decisi, a suo tempo, di affrontare l’esame di promotore finanziario; un esame difficilissimo e, per certi versi, assurdo (sono sicuro che Hemingway non lo avrebbe mai superato e non per incapacità: avrebbe buttato i libri d’esame in un falò per riscaldarsi in una fredda notte nelle verdi colline d’Africa ai piedi del Kilimangiaro sorseggiando goccia a goccia un paio di Martini, magari tre. E avrebbe fatto bene).
Dal tuo punto di vista “ibrido”, come giudichi l’evoluzione del giornalismo dagli anni Ottanta a oggi?
Quando ho iniziato battevo gli articoli a macchina e li inviavo via fax al giornale e quando volevo essere sicuro che non ci fossero intoppi andavo direttamente a Modena in redazione e scrivevo personalmente al computer. Nel Gennaio del 2000 arrivò in Italia la tecnologia ADSL e tutto cambiò poiché, da quel momento, la velocità della trasmissione dei dati ha spento sempre di più il piacere dell’attesa e il desiderio di news nei lettori: si poteva avere tantissimo e subito. Il risultato di questa velocità è sotto i nostri occhi: le informazioni vengono divulgate da chiunque praticamente in tempo reale in quantità abnorme a discapito di una qualità minima accettabile, situazione che ha come effetto collaterale il tempo che gli utenti ‘investono’ in una notizia pari oggi, mediamente, a tre secondi.
Tre secondi e poi… si ‘scrolla’. Tre secondi eppoi via, alla ricerca dell’immediato effetto di una ulteriore scarica di dopamina. Tre secondi è giù la leva della slot machine emozionale alla ricerca di una facile e immediata vincita individuale. Tre secondi più tre secondi più tre secondi e così… si collezionano ore e ore e ore di estrema e alienante solitudine. Solitudine.
Sempre più spesso per agganciare il pubblico si ricorre così anche a notizie false o si contribuisce a renderle, in modo magari inconsapevole ma comunque colpevole, ‘virali’ (ma esiste un termine più sciocco di questo?) grazie al fenomeno della condivisione istantanea. In fine dei conti è un po’ quello che già accadeva anni fa con la carta stampata dove i titoli dei giornali erano progettati per creare la scarica di dopamina, di cui dicevamo prima, nel lettore nella speranza che proseguisse la lettura dell’intero articolo. Non era raro il caso in cui titolo e corpo dell’articolo fossero fra loro contrastanti anche perché quasi sempre l’autore del pezzo (spesso un corrispondente locale) non era la stessa persona (spesso un professionista della redazione centrale) che “sparava” il titolo che a volte leggeva solo le prime quattro righe di quanto era stato scritto. Con la velocità delle attuali tecnologie queste anomalie si sono accuite a dismisura e l’intelligenza artificiale non ne è la causa bensì uno dei risultati finali di un agire che era discutibile già nel passato.
C’è una competenza che ritieni universale, valida sia per un giornalista sia per un manager?
Quella della retorica intesa come “arte del saper parlare e scrivere” al fine quindi di trasmettere fatti o anche opinioni in modo efficace, persuasivo, onesto, corretto e assertivo. Il fine ultimo è quello di arricchire sotto più aspetti coloro che entreranno in contatto con tale retorica, cosa che non accadrà se le parole, magari anche belle, non saranno comprese da chi le riceve. Comunicare, dal latino communicare ossia mettere in comune, condividere (e non dividere).
Ti rivedi mai di nuovo in redazione, magari in un progetto editoriale diverso?
Dal punto di vista giornalistico probabilmente ho fatto parte di una specie che era già allora in via d’estinzione e nonostante questo mi dico che sarei pronto per un progetto che riuscisse davvero ad affascinarmi.
Del resto, cosa c’è di più coinvolgente, di tanto in tanto, di una bella, sana, aggregante lotta contro i mulini a vento?
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