Cosa accade quando lo sguardo rigoroso di un giornalista incontra l’inquietudine senza tempo di Giacomo Leopardi? Nasce un racconto che è insieme viaggio, dialogo e riflessione, capace di attraversare i secoli e parlare direttamente al presente. Con Attraverso la siepe, Gianpaolo Annese, giornalista de Il Resto del Carlino Modena costruisce una narrazione originale e intensa: un giovane Giacomo oltrepassa il limite simbolico della celebre siepe del colle dell’Infinito e si addentra in un mondo popolato da creature straordinarie. Ninfe, scienziati, folletti che lo guidano alla scoperta delle verità più profonde dell’esistenza. Ma questo non è solo un viaggio fantastico. È anche un dialogo intimo e contemporaneo, rivolto a un’adolescente dei nostri giorni, in cui i grandi interrogativi leopardiani tornano a interrogare il nostro tempo, riscoprendo il valore della “social catena” e ricordandoci che, di fronte alle fragilità umane, non ci si salva mai da soli.
Gianpaolo, raccontaci di te
“Sono approdato a Modena dopo una vita piuttosto nomade. Originario della provincia di Taranto, sono andato a studiare a Roma a 18 anni dove ho collaborato con testate locali e dove tra l’altro andavo a vedere le partite della Roma in curva sud all’Olimpico. Dopo la laurea in Scienze della comunicazione ho fatto la Scuola di giornalismo a Bologna e poi mi sono trasferito a Modena dove ho lavorato per l’agenzia di comunicazione Contesto, il quotidiano L’Informazione e infine il Resto del Carlino, giornale per cui lavoro dal 2010. Sono sposato con Lisa e ho una figlia che si chiama Fabrizia, 15 anni, cui il libro è dedicato appunto”.
Come nasce l’idea di raccontare Giacomo Leopardi attraverso un dialogo così intimo e familiare, rivolto a tua figlia?
“Leopardi mi è sempre piaciuto da quando ero al liceo, negli anni ho approfondito il suo pensiero e poi nel 2019, in occasione del bicentenario della composizione della poesia L’Infinito, siamo andati con la mia famiglia a Recanati. Scoprendo un’inaspettata curiosità di mia figlia, è scattato qualcosa e ho pensato di trasmetterle la passione per questo poeta filosofo”.
Il titolo Attraverso la siepe richiama uno dei simboli più celebri della poetica leopardiana: cosa rappresenta, per te, “andare oltre”?
“In Leopardi il concetto di movimento è fondamentale. Lui nella sua vita, dopo aver vissuto nella prigione dorata del suo paterno ostello a Recanati, ha girato tanto: è andato a Roma, Milano, Firenze, Bologna, Pisa, Napoli. Nel mio libro riproduco questa mobilità: come espediente narrativo faccio attraversare al protagonista Giacomo la famosa siepe dell’ermo colle sul monte Tabor si ritrova in caverne stellate, isole apparentemente disabitate, navi che intraprendono viaggi improbabili, le pendici di un vulcano. Il viaggio, il movimento, in generale l’azione in vista di un obiettivo, per Leopardi sono l’unico modo per allontanarsi dal non senso dell’esistenza e dalla nullità del tutto. “Tutto il resto è noia”, frase di Leopardi, prima ancora che di Franco Califano. In una sua opera tesse proprio l’elogio degli uccelli, perché sono gli animali che più si spostano da un parte all’altra, liberi. E cantano, come fanno i poeti.
Riflessione, racconto e immaginazione: come hai costruito questa forma ibrida tra saggio e narrazione? Quanto c’è di invenzione e quanto di fedeltà alle fonti?
“Il racconto è l’esito di uno smontaggio e un rimontaggio delle opere di Leopardi, i personaggi sono in parte di mia fantasia e in parte liberamente tratti dalle principali opere (Zibaldone, Canti e Operette morali), ma quello che dicono e i concetti che emergono sono la traduzione rigorosa del pensiero di Leopardi. Il libro procede lungo due direttrici distinte ma complementari: il protagonista Giacomo smanioso di vita incontra creature bizzarre ma sagge come la ninfa Gaia, scienziati, folletti, navigatori, galli, geni della lampada, la Natura Gea, grazie alle quali proverà a far pace con l’esistenza. In parallelo, Giacomo si sofferma
in oasi di riflessione, in pratica pagine simili a quelle di un diario intimo, nelle quali parla direttamente con mia figlia Fabrizia, dicendole che quando vuole potrà dialogare con lui attraverso la lettura delle sue opere: anche se come il sole e la luna non potranno mai incontrarsi”.
Quanto è stato importante il rapporto con tua figlia nella genesi del libro?
Parlare con gli adolescenti non è facile, ho imparato che occorre sintonizzarsi con il loro flusso, partire dalla loro agenda di argomenti, ascoltare soprattutto, senza star lì a pontificare o a giudicare. Solo in questo modo si riesce a guadagnarsi la loro attenzione, e non sempre io ci riesco. E tuttavia rispetto alle paure, i dubbi, le ansie, le insicurezze, il vuoto di senso che può trasformarsi in rabbia che percepisco mi sembrava prezioso condividere con lei possibili chiavi di interpretazione della realtà ancora attualissime, fornite dalla grande letteratura e dal pensiero filosofico di Leopardi. Il senso è: quel dolore che tu provi non è colpa tua, deriva dalla tua condizione di essere umano. E investe tutti.
Scrivere per un adolescente cambia il modo di raccontare un autore complesso come Leopardi?
Certo. Ho adoperato gli strumenti del giornalismo, quelli che conosco di più, per rendere facile il difficile. Sono d’accordo con chi dice che bisognerebbe tornare direttamente ai testi degli autori, senza parafrasi o mediazioni per semplificare: buona parte dei testi di Leopardi, tra l’altro, colpiscono al cuore senza particolare necessità di spiegazione. Ma credo che un minimo di ‘cassetta degli attrezzi’ sia necessaria per comprendere a pieno la sua poetica e il suo pensiero. Diciamo che il mio libro ha la funzione di una corda e di un piccone per le scalate: una volta in vetta si possono gettar via e ammirare il panorama. Il
mio obiettivo finale è che chi lo legge si avvicini un giorno, anche grazie al mio libro, direttamente alle opere di Leopardi appassionandosi come è accaduto a me”.
Nel libro emergono temi molto contemporanei, come il rapporto con la natura, il dolore e l’incertezza: perché Leopardi è ancora così attuale?
Leopardi vive nell’800, ma quella era l’Italia del grande Alessandro Manzoni, della divina provvidenza, era una società votata allo sviluppo scientifico, politico, industriale. Lui non è che non condividesse l’idea di progresso, ma avvertiva che ci si stesse concentrando troppo sull’astratta felicità dei popoli e poco sulla felicità dell’individuo assunto nella sua singolarità. In questo senso lui è un pensatore più del ‘900, più dei tempi nostri, e anticipa una serie di tematiche esistenzialiste, come il ‘male di vivere’ per esempio”.
La pandemia viene evocata come chiave di lettura: in che modo ha influenzato la rilettura di Leopardi?
“In effetti il libro è nato nel periodo della pandemia perché mi sembrava di rivivere uno scenario molto leopardiano: la Natura che attraverso un piccolo virus mette in ginocchio un sistema economico secolare creato dall’uomo. Nel mio libro il protagonista Giacomo si imbatte nella Natura e le fa l’elenco delle sciagure che infligge all’uomo chiedendole spiegazioni: uragani, terremoti, pandemie, malattie strazianti, morti di bambini. La Natura, più indifferente che matrigna, non batte ciglio e le risponde in pratica che non lo fa apposta, lei non si accorge neanche di provocare ciò che per l’uomo sono disgrazie: il suo unico compito è creare e distruggere, in un ciclo continuo e agghiacciante che tutela l’esistenza, non l’esistente. Senza Dio, senza destino, senza senso. Solo il puro caso, un
movimento impazzito di atomi, indifferente alle sorti dell’uomo. Bisogna risalire all’antico pensiero greco e poi romano di Democrito, Epicuro, Lucrezio, Orazio per ritrovare questo modo di ragionare.
Leopardi viene spesso percepito come pessimista: tu invece che immagine restituisci?
Mettiamoci d’accordo sulla parola pessimismo. Se si riduce a imprecare contro il destino cinico e baro, se lo intendiamo come una sfiducia totale nel domani, per cui è inutile scendere in campo tanto perderemo la partita, direi che non lo fosse, anzi, lui è un ‘combattente’. Se invece intendiamo per pessimismo la consapevolezza dello scostamento tra il desiderio ‘infinito’ di felicità e l’impossibilità di raggiungerla attraverso il nostro essere ‘finiti’, allora si può definire pessimista. Ho cercato di restituire anche una certa radicalità del pensiero leopardiano: ritengo che a livello divulgativo si stia un po’ annacquando riducendolo a cantore sentimentalista, forse perché in certi casi può spaventare.
Nel testo emerge proprio questa tensione continua tra infelicità e desiderio di felicità: cosa ci insegna Leopardi oggi su questo tema?
Leopardi ritiene la felicità, questa forma indefinita di soddisfazione di sé e della propria vita, impossibile da raggiungere, se non nel passato (il ricordo, la memoria), nel futuro (l’attesa, il famoso sabato del villaggio cui segue la triste domenica), oppure in quella provvisoria euforia che si prova quando scampiamo un pericolo: un’interrogazione a scuola che riusciamo a scansare, l’esito di un esame medico negativo (“piacer figlio d’affanno”, l’unico piacere cioè deriva da una sofferenza superata). Ma per Leopardi è proprio l’idea di poter sopportare questo scacco tragico che fa grande l’uomo: più si comprende la propria piccolezza e insignificanza rispetto al cosmo, più si è nobili e grandi.
La sensibilità è una ricchezza ma anche una condanna: è così anche per te?
Non so se sono una persona sensibile, però in generale la ninfa Gaia nel libro avverte il protagonista Giacomo che per un grande animo il prezzo da pagare è una maggiore infelicità: chi è più sicuro di sé, non si cura del giudizio altrui, va più spedito. Le persone più sensibili invece si macerano nei dubbi, sono continuamente tormentate da un senso di inadeguatezza. E questo nella vita può essere paralizzante.
Quanto conta l’immaginazione – quella “oltre la siepe” – nella vita di ciascuno?
Come dicevo prima per Leopardi il movimento è importante. Occorre oscillare tra il guardare in faccia la realtà (“l’arido vero”) e l’attenuare lo smarrimento di fronte al mistero dell’esistenza coltivando illusioni: l’amore, i successi professionali, le relazioni con gli altri, le proprie passioni, il tifo calcistico, gli ideali. Guai a soffermarsi solo su uno dei due poli. Nel libro alla fine il protagonista Giacomo si rende conto che di fronte al fatto che “tutto al mondo passa e quasi orma non lascia” l’unica possibilità di dare un senso al proprio vissuto è raccontarlo. È la magia di Leopardi: l’immaginazione, l’opera artistica, anche quando rappresenta il dolore o il non senso dell’esistenza, invece di abbatterci, almeno per qualche tempo ci riempie il cuore, ci eleva al massimo grado perché contempla
dall’alto la tragica grandezza dell’uomo. Pensiamo a quando siamo giù di morale: ascoltare una canzone malinconica, ammirare un dipinto o una poesia che ritraggono la condizione precaria dell’esistenza, invece di distruggerci definitivamente, ci confortano. Immergersi nell’Infinito fa paura, ma tutto sommato “il naufragar m’è dolce in questo mare”.
Cosa ha insegnato Leopardi a te, come padre e come uomo?
Direi tre cose soprattutto: il suo pensiero ateo a me credente insegna a coltivare il dubbio, il forse, a rifuggire gli assoluti, i fanatismi di ogni sorta, a non prendersi troppo sul serio e quando serve anche a ridere di se stessi. Come padre mi invita a trasmettere il valore di quella che lui chiama la ‘social catena’ di fronte alle difficoltà dell’esistenza: il fare comunità quando si progetta qualcosa, risolvere i problemi (si pensi alle quarantene collettive proprio durante la pandemia) e gioire insieme agli altri. Senza isolarsi pensando di essere autosufficienti nella propria stanza, un rischio molto concreto nei ragazzi di oggi.
Infine, a spargere dove si può il proprio profumo per consolare il deserto, come fa la la fragile ginestra pur consapevole che prima o poi la lava del vulcano la travolgerà: mi insegna cioè che in contesti ostili e devastati occorre vivere senza concettualizzare troppo, impegnarsi a dare il proprio contributo in termini di passione, giustizia, solidarietà, pietas. Come scriveva Calvino, uno dei tanti epigoni di Leopardi, bisogna “cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno. E farlo durare, e dargli spazio”.
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