C’è un filo sottile che attraversa le storie raccolte da Valentina Reggiani: è quello della sofferenza, spesso silenziosa, che abita il mondo degli adolescenti di oggi. Una sofferenza che non sempre si vede, ma che può trasformarsi in isolamento, autolesionismo o, nei casi più estremi, violenza. Giornalista di cronaca nera e giudiziaria da oltre vent’anni per Il Resto del Carlino di Modena, Reggiani ha scelto di andare oltre i fatti, oltre i titoli, per cercare di capire cosa si nasconde dietro quel dolore. Da questo bisogno di comprendere nasce “Il disagio giovanile – Testimonianze di rinascita al femminile”, un libro che raccoglie voci, esperienze e percorsi di ragazze che hanno attraversato il buio e stanno provando a uscirne. Un racconto che non si limita a descrivere il disagio, ma prova a illuminarne le possibili vie d’uscita, grazie anche al lavoro di comunità educative, famiglie e operatori.
In questa intervista, Valentina Reggiani ci accompagna dentro un mondo complesso e spesso frainteso, dove ascolto, empatia e presenza possono fare la differenza tra perdersi e ritrovarsi.
Valentina, da dove nasce l’idea di scrivere “Il disagio giovanile – Testimonianze di rinascita al femminile”?
Nasce dal desiderio insaziabile di capire i perché. Perché tanti giovani fanno e si fanno del male, perché tanti ragazzi si odiano o odiano a tal punto da cercare di cancellare se stessi e il prossimo. Mi occupo di cronaca nera e giudiziaria da oltre vent’anni e non ho mai assistito ad un tale escalation di crimini giovanili ma non solo. Ad aumentare è soprattutto la sofferenza. Ogni volta che scrivo un articolo su una rissa a scuola, una rapina o una lite nata dai social e poi sfociata in violenza mi chiedo cosa esserci dietro a tutto questo male dentro. E’ per questo motivo che ho deciso di parlare con loro, con le ragazze e i ragazzi che stanno cercando disperatamente di uscire dal tunnel della violenza, dell’apatia e della sofferenza.
Come si è sviluppata la collaborazione con il Ceis di Modena?
Conoscevo Padre Stenico: il suo modo di ‘vivere’ i ragazzi e di affrontare il disagio mi ha sempre affascinato. Conoscevo anche le comunità minorili afferenti al Ceis e sapevo il grande lavoro svolto dagli educatori. Per questo mi sono rivolta a loro. Sono stata in questo percorso coordinata da un insostituibile collega, referente per il Ceis, Alessandro Alvisi.
Quanto è stato difficile entrare in contatto con i ragazzi e ottenere la loro fiducia? C’è una testimonianza che più di altre ti ha colpita?
C’è stata una iniziale reticenza; come è giusto e comprensibile che sia. Poi, però, pian piano le ragazze hanno come divorato le ore, il tempo: avevano voglia e bisogno di parlare, di raccontarsi. Ascoltarle mi ha insegnato tantissimo. Una storia più ‘intensa’ di un’altra non c’è ma mi ha ‘toccato’ tantissimo quella di una ragazzina che mi ha spiegato di aver, fino al suo ingresso in comunità, odiato la vita. Faticava ad alzarsi, a guardarsi allo specchio e ha abbandonato la scuola. Il Covid, come in tutte le storie che ho seguito, è stata la parte peggiore: ha drasticamente intensificato le sofferenze di questi ragazzi, facendoli sentire sempre più soli. Ad un certo punto, però, questa ragazza mi ha guardato e mi ha detto: ora ho capito che la vita non è così male; esco con le amiche, che prima non avevo. Scherzo con i miei genitori che prima chiudevo fuori dalla stanza. C’è tempo per morire – ha aggiunto.
Dal tuo osservatorio privilegiato, quanto è cambiato il disagio giovanile negli ultimi anni, soprattutto dopo il periodo post-Covid?
Tantissimo. Quella solitudine che tanti adolescenti avvertivano dentro è degenerata. La paura di un abbraccio, il sentirsi a rischio per un contatto ha aumentato il loro vuoto, creando apatia negli adolescenti, spingendoli ad attaccarsi sempre di più ad un mondo virtuale, l’unico possibile. Questo ha rovinato rapporti, ha ridotto al minimo i contatti umani facendo si che via via i ragazzi si abituassero a tutto questo. Alcune minori mi hanno spiegato che ancora faticano ad uscire di casa senza lavarsi più e più volte: hanno visto morire i nonni in alcuni casi e ancora si sentono sporche dentro, contagiate. Quella paura le ha in alcuni casi annientate.
Quali sono oggi le forme di disagio più diffuse tra i giovani, in particolare tra le ragazze?
La solitudine, appunto. Possono uscire, andare in discoteca ma sentirsi ancora più sole. Si sentono poco capite dalla società; poco ascoltate e tantissime, proprio per cercare probabilmente un briciolo di attenzione in più si fanno male. L’autolesionismo l’ho ‘incontrato’ nella maggior parte dei casi analizzati. Poi c’è una parte più complessa: quella del raffronto con i coetanei. I modelli offerti dalla società, in alcuni casi, fanno sentire le ragazzine ancora più fragili, sbagliate e questo porta non solo all’autolesionismo ma, spesso, anche a devastanti disturbi alimentari. E’ come se cercassero di cancellarsi.
Ci sono caratteristiche specifiche del disagio vissuto dalle ragazze rispetto ai coetanei maschi?
Proprio questo. Una fragilità maggiore e la sensazione di non essere mai abbastanza.
Nel libro emerge il legame tra disagio e comportamenti devianti: quanto è sottile questo confine? Quali segnali dovrebbero cogliere famiglie e insegnanti ma anche le istituzioni per intervenire tempestivamente?
Difficile da dire poiché ogni caso è a sé. Alcune ragazzine o ragazzini fanno male a se stessi e non agli altri. In altri casi il senso di solitudine ha spinto alcuni ad entrare in gruppi devianti proprio perché questi gruppi li hanno visti come prede facili da mandare avanti per compiere reati al loro posto. Giovani che cercano l’approvazione e che farebbero tutto per ottenerla. Ho parlato con un ragazzino che guardava ‘da lontano’ le gesta criminali di alcuni coetanei ma solo il fatto di averlo accettato nel gruppo, lo convinceva a restare. Il silenzio di questi ragazzi, la loro rabbia, l’abbandono scolastico, le ore interminabili trascorse in camera e, ovviamente, il rendimento scolastico dovrebbero essere campanelli d’allarme. Non sempre le situazioni degenerano ma l’ascolto è l’unica arma per non perderli, per capirli prima che sia tardi.
Cosa ti ha colpita di più nei casi in cui il disagio sfocia in violenza o illegalità?
In alcuni casi l’indifferenza con la quale mettono a segno alcuni reati. Ma anche quel senso di colpa che a volte non arriva. Forse è proprio la violenza giustificata da alcuni adulti a renderla ‘normale’ per taluni ragazzi. La violenza, sì, colpisce sempre.
Il libro parla anche di rinascita: cosa accomuna le storie positive? Quanto è importante chiedere aiuto e perché spesso i giovani fanno fatica a farlo?
Il mio libro è un inno alla rinascita: grazie alle famiglie e alla rete tutte le ragazze e i minori che ho conosciuto si sono rimessi in gioco: hanno accettato difficili percorsi per riuscire appunto a riprendersi in mano le proprie vite. Ammettere di avere un problema e cercare una mano tesa è fondamentale.
Durante la presentazione del libro è emersa una forte sinergia tra istituzioni, scuola e forze dell’ordine: è questa la strada giusta?
Esatto: ognuno deve fare la propria parte per trovare una soluzione che possa garantire un futuro sereno, privo di violenza a questi ragazzi. Nei casi estremi, certo, la repressione è fondamentale ma credo che con l’ascolto, i buoni modelli, l’educazione e la creazione di alternative, di interessi per questi ragazzi si possa ancora fare tanto.
Questo lavoro ti ha cambiata come persona, oltre che come giornalista?
Dentro moltissimo. Sono diventata sicuramente più emotiva e aperta all’ascolto, sepur lo fossi sempre stata. E’ il motivo per cui ho scelto questo lavoro. Sono però anche più riflessiva: cerco di arrivare all’origine di ogni caso, situazione di cui mi occupo. Credo che il mio lavoro nasca soprattutto dalla comprensione e dall’ascolto delle persone. Diciamo che da quando ho adottato un bambino da single tutto è ancora più forte’, denso di emozioni. Cerco di capire cosa può creare sofferenza nei giovani, cosa possa portare a questo senso di vuoto anche per cercare di accompagnare mio figlio verso un’adolescenza che ‘ferisca’ il meno possibile. Le lacrime sono belle ma quando in poco tempo vengono sostituite da un contagioso sorriso.
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