“Il business è uno specchio: raccogli ciò che doni”. Intervista a Roberto Casolari, tra grandi miti del marketing e nuova imprenditorialità

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Ci sono carriere che si sviluppano lungo una linea retta, rassicurante e prevedibile, e altre che somigliano piuttosto a un’avventura geopolitica e intellettuale, guidate da un’instancabile curiosità. Il percorso dell’imprenditore Roberto Casolari appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. Emiliano doc, formatosi alla scuola del giornalismo di provincia dove ha imparato il valore sacro delle relazioni umane e del lavoro di squadra, Roberto ha saputo tradurre quelle competenze in un passaporto per il mondo. Dai palchi internazionali della Ferrari stradale, dove si è trovato a moderare conferenze stampa al fianco di leggende come Michael Schumacher e sotto la guida di Luca di Montezemolo, fino alla straordinaria cavalcata ultra-decennale in Macron, dove ha trasformato una Business Unit locale in un colosso da oltre 100 sponsorizzazioni globali e 110 milioni di euro di fatturato, il filo rosso della sua vita è sempre stato uno solo: la capacità di guardare le persone negli occhi. Una dote coltivata accumulando oltre 120 voli all’anno, nella certezza che nessun algoritmo o social network potrà mai sostituire una stretta di mano.

Nel 2024, all’apice della carriera dirigenziale, la scelta controcorrente: lasciare le certezze della grande corporation per rimettersi totalmente in gioco e fondare EUROMODENA, una realtà poliedrica in cui la macro-strategia aziendale convive quotidianamente con l’operatività più genuina. In questa intervista a cuore aperto, Roberto ci racconta le tappe della sua crescita, l’importanza di saper gestire tanto i grandi successi quanto i necessari fallimenti, e ci spiega perché, nel business come nella vita, saper valorizzare i ventenni e mantenere i piedi ben piantati a terra sia ancora la chiave per vincere le sfide del futuro.

 

Roberto, hai iniziato come collaboratore al Resto del Carlino di Sassuolo. Qual è il primo ricordo che ti viene in mente di quegli anni?

Il primissimo ricordo che riaffiora è legato alle persone: i colleghi di allora, che in pochissimo tempo sono diventati amici veri, e lo sono ancora oggi a distanza di anni. Eravamo un gruppo affiatato di ragazzi complici, pieni di entusiasmo e morsi dal “sacro fuoco” del giornalismo. Eravamo guidati da un grande maestro, Luigi Giuliani, che ha saputo canalizzare quella nostra energia giovanile, insegnandoci i ferri del mestiere con pazienza e autorevolezza.

Com’era lavorare in redazione da giovane? Cosa ti ha lasciato quell’esperienza?

È stata una vera e propria scuola di vita. Mi ha lasciato un patrimonio inestimabile fatto di relazioni umane autentiche, competenze sul campo e, soprattutto, l’imprinting di quello che oggi definiremmo uno ‘stile di management’. Parlo degli insegnamenti fondamentali che il nostro direttore ci trasmetteva ogni giorno: l’importanza del lavoro duro, l’onestà intellettuale e la centralità dello spirito di squadra. Quell’esperienza ha segnato profondamente il mio modo di guidare le persone. Da allora, valorizzare e responsabilizzare i giovani è diventata una specie di ossessione positiva per me: ovunque sia stato, negli anni, ho sempre cercato di assumere e lanciare talenti ventenni, restituendo loro la fiducia che io stesso avevo ricevuto da ragazzo.

Nel 2001 sei entrato in Ferrari Spa, occupandoti di comunicazione, marketing e sviluppo business in Europa. Com’è stato entrare in un’azienda così iconica e crescere in ruoli di responsabilità?

È stato semplicemente meraviglioso, il classico sogno che si avvera. Lavorare per un Mito globale come la Ferrari è un privilegio, ma comporta anche una pressione enorme: è un ambiente incredibilmente impegnativo, sfidante, ma allo stesso tempo straordinariamente avvincente. Io ho sempre operato all’interno della Gestione Industriale, ovvero il mondo delle vetture stradali, perché la gestione pura del business e del brand ha sempre esercitato su di me un fascino magnetico.

Tuttavia, ho avuto la fortuna di incrociare spesso anche la Gestione Sportiva: grazie al mio background da giornalista e alla conoscenza delle lingue, la presidenza e la direzione mi chiedevano frequentemente di presentare gli eventi ufficiali al fianco del presidente Luca di Montezemolo o dei piloti di Formula 1. Conservo ancora un ricordo nitidissimo, quasi fotografico, della mia prima conferenza stampa moderata insieme a Michael Schumacher. Un’emozione indescrivibile.

Nel 2012 passi a Macron Spa, occupandoti di sponsorizzazioni tecniche con club, leghe e federazioni sportive in tutto il mondo. Quali sono stati i momenti più entusiasmanti di quell’esperienza?

Per me ha rappresentato l’inizio di una nuova, esaltante sfida, in cui ho accettato di rimettermi in gioco ripartendo praticamente da zero. È stata una cavalcata incredibile durata oltre dodici anni, costellata di successi straordinari. Se guardo solo alla Business Unit che ho avuto la responsabilità di guidare – quella dedicata ai contratti di sponsorizzazione e licenza con club professionistici, leghe e federazioni – siamo passati da poche decine di accordi a oltre 100 partnership globali, espandendoci da 6 a 31 mercati internazionali e toccando i 110 milioni di euro di ricavi. Tutto questo è stato reso possibile anche grazie alla guida di un amministratore delegato straordinario, un leader la cui visione e ispirazione hanno letteralmente forgiato il mio approccio manageriale.

Come si gestiscono comunicazione e relazioni con il mondo dello sport su scala internazionale?

Prima di tutto, si gestiscono viaggiando tantissimo. Parliamo di una media di 120 voli all’anno, toccando ogni angolo del globo. Questo perché sono convinto che le relazioni umane e commerciali si costruiscano guardandosi negli occhi, stringendosi la mano di persona, non dietro uno schermo. Da questo punto di vista, provo un briciolo di dispiacere per le generazioni successive alla mia: l’avvento massiccio di internet, delle videochiamate e dei social network ha finito per depotenziare e limitare la bellezza del contatto umano diretto. A livello personale, ho sempre applicato la mia ricetta: umiltà, serietà e determinazione incrollabile. Ripeto spesso una metafora: la vita è uno specchio. Quello che dai, prima o poi ti torna indietro. Magari non oggi, magari non domani, ma torna. Sempre. Ed è una regola d’oro che vale anche e soprattutto nel business. Io ci credo fermamente.

C’è qualche progetto o partnership di cui sei particolarmente orgoglioso?

“Vincere è prima di tutto un atteggiamento mentale: se tu vuoi ottenere un risultato,  se lo vuoi visceramente, trovi la strada per farcela.”

In realtà, se devo essere sincero, sono orgoglioso soprattutto dei miei insuccessi. Vado fiero di tutte quelle trattative estenuanti, durate mesi, che alla fine non hanno portato alla firma di un contratto. Perché? Perché mi hanno insegnato a crederci sempre, anche quando l’obiettivo sembrava impossibile, e a dare l’esempio al mio team. Penso che ‘vincere’ sia prima di tutto un atteggiamento mentale: se tu vuoi ottenere un risultato – se lo vuoi visceramente – trovi la strada per farcela. Ma devi volerlo davvero, con ogni fibra del tuo essere.

Con questa mentalità, i successi sono arrivati di conseguenza e abbiamo siglato contratti storici. Se devo citarne tre che mi danno particolare soddisfazione, direi sicuramente il Crystal Palace, che ci ha permesso di essere in Premier League, il campionato di calcio più bello e competitivo al mondo; la Nazionale Italiana di Rugby, firmata in un momento storico in cui i risultati sul campo non erano entusiasmanti e pochissimi avrebbero scommesso sul loro brand; e infine l’Hajduk Spalato, il nostro primo club di peso nell’Europa centro-orientale, che ha incarnato perfettamente il nostro desiderio di spingerci oltre i confini dei mercati tradizionali dell’Europa occidentale.

Nel 2024 hai deciso di lasciare il ruolo di dirigente per metterti in proprio con EUROMODENA. Come è nata questa scelta?

È stata una scelta viscerale, dettata dal bisogno profondo di ripartire da zero, ancora una volta. Sentivo la necessità di fare cose nuove, esplorare contesti inediti, continuare a imparare e, soprattutto, rimettermi totalmente in discussione. Avevo bisogno di sfidare me stesso, uscendo dalle dinamiche rassicuranti e strutturate della grande corporation per misurarmi con la pagina bianca dell’imprenditorialità.

Quali sfide e opportunità hai trovato nel passaggio da una grande azienda all’imprenditorialità?

La bellezza di questo passaggio sta nel fatto che la sfida coincide esattamente con l’opportunità: quella di occuparsi di tutto, passando senza soluzione di continuità dalla macro-strategia alla micro-operatività. Un giorno scrivi il business plan e definisci gli investimenti complessi, il giorno dopo studi i social per promuovere l’attività o crei la bozza di un logo.

Oggi la mia operatività spazia in ambiti diversissimi e stimolanti: faccio consulenza aziendale e docenza universitaria; gestisco un centro uffici ma anche un B&B; mi occupo di compravendite immobiliari e di operazioni di M&A, fino ad arrivare all’head hunting e all’organizzazione di anni scolastici all’estero per gli studenti delle superiori. La vera sfida quotidiana? Tenere a bada il flusso continuo di nuove idee. Mi impongo una disciplina ferrea: prima si mette a terra e si stabilizza un progetto, poi, solo allora, si apre il cassetto successivo. E tra i sogni futuri c’è sicuramente quello di sviluppare qualcosa a forte impatto sociale.

Guardando indietro, qual è il filo rosso che lega giornalismo, comunicazione, marketing sportivo e imprenditorialità nella tua carriera?

Il filo rosso è senza dubbio la curiosità intellettuale. Quell’instancabile, quasi ossessiva ricerca di conoscenza, di esperienze e di esplorazione che mi accompagna fin da ragazzo. Il bello è che più pensi di esserti avvicinato all’essenza profonda delle cose, delle dinamiche umane e del business, più ti rendi conto di quanto essa sia inafferrabile. Questo bagno di umiltà ti riporta immediatamente con i piedi per terra, ancorato alle cose concrete, al “fare”. Trovo che tutto questo sia meraviglioso, perché ti costringe a misurarti con i tuoi limiti e a trovarti ogni mattina di fronte al bivio più stimolante che esista: quello tra il farcela e il non farcela.

Quanto conta ancora oggi saper raccontare storie e costruire relazioni, sia nel business sia nel lavoro imprenditoriale?

La tecnologia e l’evoluzione digitale hanno stravolto i paradigmi, spostando radicalmente il baricentro dell’importanza delle cose: oggi spesso conta più come racconti un prodotto rispetto a come lo fai. Viviamo in un’era di bulimia informativa, dove una notizia che leggi in questo preciso momento, tra due ore è già vecchia, sepolta e priva di valore. Da vecchio giornalista lo considero un peccato, un limite della modernità. Probabilmente si tratta di un processo culturale irreversibile, ma il segreto è non lasciarsi condizionare troppo. Bisogna prendere questa deriva a cuor leggero, accettare le regole del gioco e andare avanti focalizzati sulle proprie sfide, armati di convinzione, etica e determinazione.

Che consiglio daresti a chi sogna di fare un percorso simile, passando da una grande azienda all’imprenditorialità?

Il mio consiglio più grande è quello di farlo, ma di farlo al momento giusto. Nutro un rispetto immenso per i giovani che decidono di buttarsi subito, finiti gli studi, in un’avventura in proprio, ma se devo dare un suggerimento basato sulla mia esperienza, non è questo il percorso che raccomando.

Penso che un’esperienza da lavoratore dipendente sia fondamentale. Avere la fortuna di muovere i primi passi in un’azienda strutturata, magari trovando un responsabile in gamba che crede in te, ti guida e ti responsabilizza, resta a mio avviso la migliore palestra possibile per formarsi, capire le dinamiche del mondo del lavoro e consolidare le proprie competenze. Una volta costruite delle fondamenta solide, allora sì: gli anni, l’esperienza e la maturità vi diranno quando sarà il momento di spiccare il volo da soli.

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