Classe 1970, sassolese, oggi caporedattore responsabile dei servizi sportivi nazionali de Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione, oltre che del mensile QS Sport Magazine, Doriano Rabotti ha iniziato a collaborare con il Carlino Sassuolo nel lontano 1986, quando aveva appena quindici anni. Il suo esordio nel giornalismo nasce quasi per caso, tra una spilla smarrita, un succo di pompelmo e un incontro decisivo con Leo Turrini: da lì prende forma un percorso fatto di strada, curiosità, gavetta e passione autentica per la scrittura. In questa intervista Rabotti ripercorre i suoi inizi, riflette sull’evoluzione del giornalismo sportivo nell’era dei social e dell’AI, racconta le difficoltà nel rapporto con atleti e società, e condivide una visione profondamente umana del mestiere: un lavoro che, ancora oggi, vive di artigianato, relazioni personali e amore per le storie raccontate bene.
Doriano Rabotti, come e quando hai iniziato la tua carriera nel mondo giornalistico e quali sono stati i primi passi che ti hanno portato ad affermarti nel campo della stampa sportiva?
Io ho iniziato bevendo un succo di pompelmo in un piccolo bar di via San Giorgio. Quando la raccontiamo Io e Leo Turrini sorridiamo: era un giorno di giugno del 1986 e io stavo cercando in Piazza Martiri Partigiani una spilla, regalata dalla morosa che avevo allora, che avevo perso per strada. La spilla, intendo, la morosa mi mollò anni dopo e fu un bene. Avevo quindici anni e già una mezza idea di provare a propormi a un giornale, per capire se la mia passione per la scrittura sì sarebbe potuta tradurre in qualcosa di concreto. Avevo visto la faccia di Leo, che era il mio giornalista preferito, in qualche tv locale e mentre girovagavo alla ricerca della spilla perduta lo incrociai mentre stava entrando in banca. Lo aspettai all’uscita e gli chiesi che cosa dovessi fare per diventare un giornalista come lui. Leo racconta sempre che temeva che lo volessi rapinare, ma la sua reazione fu di portarmi in quel bar, offrirmi un succo e darmi le prime istruzioni. Poi mi mise in contatto con Antonio Orienti che gestiva la pagina di Sassuolo in quel periodo, e ad agosto uscì il mio primo articolo sul Braida calcio, corredato da una mia foto fatta di sera e con i lampioni del campo di Braida dalla parte sbagliata, quindi con tutti i volti dei giocatori al buio. Spero di non urtare l’innata riservatezza di Leo nel raccontare dettagli che lo riguardano, ma chi l’avrebbe mai detto che 40 anni dopo saremmo stati ancora insieme a lavorare, io a dirgli quali pezzi fare e lui a scriverli con la solita grande professionalità che sconfina nell’arte?
Oggi una redazione sportiva corre su tre binari – carta, digitale e social: come si tiene insieme tutto senza perdere qualità?
L’organizzazione della giornata è molto cambiata rispetto al passato. Una volta la maggior parte del lavoro era spostata verso il pomeriggio-sera, quando accade la maggior parte delle cose legate allo sport. Prima se apprendevi una notizia di mattina, avevi il tempo per organizzarti. Ora devi pensare a metterla sul web appena possibile, e il prodotto che confezioni per la carta del giorno dopo deve essere diverso, molto più di approfondimento. In pratica sulla stessa notizia lavori tre volte, con misure ‘medie’ sul web, corte sui social e lunghe sulla carta. Servono giornalisti che hanno professionalità ‘tecniche’ più ampie rispetto al passato.
Se dovessi fare un “identikit” del giornalista sportivo del 2025, quali abilità non possono proprio mancare ?
Sicuramente la capacità di ‘stare’ sui social, dove ormai viene incanalata tutta la comunicazione ufficiale. E oggi più che mai contano due qualità che anche in passato facevano la differenza: la capacità di stabilire un rapporto diretto con i protagonisti, che ti permette di avere qualcosa in più rispetto ai momenti di comunicazione uguali per tutti. E la sensibilità per fare le prime verifiche e capire se una notizia è fondata e quanto, oggi è troppo facile fabbricare fake news. Immagini e video compresi.
Il modo di seguire lo sport è cambiato tantissimo: cosa ti ha sorpreso di più nell’evoluzione di pubblico e linguaggio?
I social e i nuovi media hanno avuto un impatto pesantissimo, non solo nello sport. La comunicazione si è asciugata, è diventata più ‘violenta’ e meno approfondita, ma questo è un problema con cui ci confrontiamo tutti, pensiamo alle chat e a quante volte un messaggio viene interpretato male perché manca la possibilità di capire il tono di chi scrive. Mi sorprende, ma anche questo è un fenomeno sociale che va oltre lo sport, quanto il pubblico sia pronto a credere senza mettere in dubbio quello che legge. Credo che la vera sconfitta del giornalismo sia stata questa, nel tempo: avremmo dovuto essere in grado di far capire ai lettori che il nostro ruolo di mediazione è fondamentale come garanzia di approfondimento.
Vent’anni fa parlare con un atleta era quasi normale: quanto è diventato complicato oggi arrivare a una voce diretta?
Difficilissimo. Ogni atleta ha uno staff che ne gestisce le apparizioni sui media, e che spesso tende a negare piuttosto che concedere. Una volta finire sul giornale era un piacere per tutti, ora anche chi è meno famoso deve seguire istruzioni e regole fornite da altri. Dopo una partita venivano tutti, oggi solo quelli scelti dall’addetto stampa che cerca di contenere ogni spunto polemico, per esempio. Magari il campione non è sempre d’accordo, qualcuno si impone al proprio addetto stampa. Ma in linea generale, soprattutto quando ci sono di mezzo anche marchi e sponsor, la comunicazione viene gestita sempre più spesso con logiche commerciali, che cancellano le differenze tra i giornalisti. E’ un po’ più facile lavorare con le Federazioni sportive, da questo punto di vista, che non con i singoli.
Ti è capitato di subire pressioni o tensioni pesanti da parte di società, procuratori o ambienti vicini allo sport?
Ci hanno provato, ma mediamente sono stato fortunato, o mi sono saputo difendere, non so. Una volta, non avevo ancora 18 anni, il Sassuolo mi negò l’accredito allo stadio per un pezzo di critiche al mercato che non era piaciuto al direttore generale Giorgio Mariani. Luigi Giuliani e Leo Turrini mi regalarono il ritaglio dell’articolo per il mio diciottesimo compleanno, ce l’ho ancora incorniciato in casa. Dopo qualche partita di braccio di ferro tra società e giornale, con il caposervizio Graziano Manni che mi difese promuovendomi e mandandomi a fare articoli sul Modena che allora era in categorie superiori, tornò la pace e col tempo nacque anche un bel rapporto, con lo stesso direttore generale. In realtà spesso più dei veri ‘potenti’, dei presidenti o degli amministratori delegati, che capiscono di non poter limitare la libertà di stampa o magari cercano strategie meno frontali, sono i loro subalterni che mostrano quella che io chiamo ‘la sindrome del bidello’: pensano di avere un potere superiore al loro ruolo, o magari ci provano. Ma è sufficiente rispondere per le rime. Un’altra volta un procuratore mi attaccò per un voto che avevo dato a un suo assistito, ma poi siamo diventati amici anche con lui. Il calcio e lo sport muovono passioni forti e viscerali, in effetti l’attacco più duro che ricordi mi arrivò sugli spalti dello stadio Ricci dal direttore sportivo del Braida per un 4,5 che avevo dato a un centravanti molto giovane. Aveva ragione lui, a dire la verità.
Quali sport oggi “resistono” di più al racconto mediatico, quelli che il pubblico fatica ancora ad apprezzare? C’è uno sport – o un movimento – che secondo lei meriterebbe decisamente più attenzione?
Personalmente ho sempre dato più attenzione agli sport diversi dal calcio perché mi sembra che se lo meritino, spesso la fatica che fanno quegli atleti è ricompensata meno di quanto dovrebbe. La parte dello sforzo personale, della sfida quotidiana per diventare più forte in quello che si affronta o per superare l’avversario, resta abbastanza simile. Il problema è soprattutto ‘cinematografico’, credo: molti sport hanno cambiato un po’ le regole per rendersi più televisivi, la pallavolo per esempio. Oggi una partita con il cambiopalla sarebbe noiosissima. Altre discipline molto ripetitive sono penalizzate, perché sembra che l’azione sia sempre la stessa. L’arrivo di strumenti tecnici presi dal cinema che si focalizzano molto sulle espressioni facciali individuali sta rendendo qualsiasi sport, dal curling alla scherma, emozionante come quelli che vanno per la maggiore. Nelle Olimpiadi invernali, per esempio, i droni usati sulle piste e le telecamere dedicate ai dettagli dei volti stanno offrendo agli spettatori una narrazione visiva ancora più coinvolgente sul piano emotivo.
In un mondo di passioni feroci, come quello dello sport, come si resta lucidi e obiettivi senza farsi tirare dentro dal tifo? Quanto condizionano davvero nelle scelte editoriali la pressione dei tifosi e l’eco dei social?
Dipende molto dal carattere individuale, penso. Per me la ricerca dell’obiettività, nei limiti umani che questa parola può avere, è una missione dal primo giorno. Tifare non è un difetto, l’importante è essere onesti con il lettore. Conosco molti giornalisti che non hanno mai nascosto la propria passione, eppure anche i ‘nemici’ riconoscono la loro capacità di valutare in modo equilibrato. Alla fine la differenza la fanno sempre le persone. Quanto alle scelte editoriali, è chiaro e giusto che siano orientate dal lettore: se sai che chi ti compra è appassionato di cucina, non ha senso proporgli articoli sulla fisica quantistica.
Guardando ai giovani che entrano in redazione: qual è l’errore che noti più spesso?
Non è un errore, non è neanche colpa loro: è una questione di cultura nella quale sono cresciuti. Molti sono oltre il ‘nativo digitale’, mio figlio per esempio è cresciuto in tempi in cui ogni comando era già ‘touch’, e cambia tantissimo, anche nel modo in cui si costruisce il pensiero dentro il cervello. A volte faccio fatica a far capire ad aspiranti colleghi che non è tutto vero quello che luccica sui social, che bisogna fare la fatica di fare verifiche, che il rapporto personale fa tutta la differenza del mondo. L’esperienza fatta sulla strada, come raccontiamo in ‘Fuori Sacco’, non ha mai smesso di essere preziosa.
Se dovessi immaginare la redazione sportiva tra dieci anni, tra AI, dati e nuovi format, come la vedi?
L’impatto dell’AI mi sembra onestamente impossibile da prevedere. I format stanno andando tutti verso la brevità, verso l’offerta di comunicazione fatta per immagini, ma come è sempre capitato, dopo un po’ le esagerazioni in una direzione generano la reazione. I tanti bei podcast che vengono realizzati sono la risposta all’informazione che non prevede un tempo per la riflessione e il ragionamento.
Dopo tanti anni di mestiere, che cosa ti accende ancora l’entusiasmo quando entri in redazione?
Non vorrei essere frainteso, ma io lavoro per me stesso, per il gusto artigianale di scrivere un bel pezzo o avere un’idea originale, per la voglia di disegnare graficamente una pagina in modo da distinguersi da quelle degli altri. In qualsiasi mestiere ci vogliono due cose: amor proprio e curiosità. Per fortuna, il sottoscritto ne ha magazzini pieni, in fondo al cuore.
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