Dal bar di Piazza Piccola al Senato: Matteo Richetti tra giornalismo e politica

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Prima ancora dei palazzi romani, c’era un bar all’angolo di Piazza Piccola, a Sassuolo. È lì che Matteo Richetti muove i primi passi da cronista, tra consigli comunali serali, trasferte di pallavolo e “cacce alle notizie” nate da una semplice domanda: «La prossima settimana, che facciamo?». Un’esperienza intensa, fatta di curiosità, rigore e ascolto, che segnerà per sempre il suo modo di guardare il mondo diventando la base di un percorso politico lungo e complesso, dalla redazione locale del Resto del Carlino al Parlamento. In questa intervista ripercorre quegli inizi, le battaglie giornalistiche, l’approdo nelle istituzioni e il senso profondo di un impegno che unisce informazione e servizio pubblico.

Matteo, partiamo dai tuoi esordi: quando hai iniziato come collaboratore al Resto del Carlino di Sassuolo, quali ricordi ti tornano subito in mente di quei primi anni in redazione?

Intanto bisogna premettere che ho sempre amato scrivere e che sono sempre stato mosso da una grande curiosità personale, oltre che dall’obiettivo che ha dato un po’ di senso a tutto il mio impegno: denunciare e contrastare le ingiustizie, che in fondo rappresentano il grande legame tra giornalismo e politica. È iniziato tutto così, anche con una certa dose di casualità. Io e Luigi Giuliani frequentiamo la stessa parrocchia; ero l’educatore dei gruppi giovanili dove anche le sue figlie sono cresciute. Tra le nostre famiglie, e in particolare tra lui e mio papà, c’è sempre stato un rapporto di grande stima. A quel punto Gigi ha pensato a me per coinvolgermi in questa avventura, che poi si è rivelata una delle esperienze più forti della mia vita.

 

Com’era il ritmo del lavoro quotidiano in redazione negli anni ’90? Cosa ti ha insegnato quell’esperienza sul giornalismo e sul raccontare le storie della gente?

Il ritmo, per noi così giovani, così liberi e così entusiasti, era intenso: tolto lo studio, potevamo dedicare tutto il tempo possibile a questa esperienza. Tant’è vero che si passava dal seguire i fatti di cronaca ai consigli comunali della sera, fino alle partite di pallavolo nel weekend. Io, in particolare, in quegli anni seguivo la squadra di pallavolo femminile di Spezzano, l’allora CEMAR, che giocava in Serie A1: ero presente alle partite, talvolta anche in trasferta. E poi, con Gigi, c’era uno stimolo continuo ad andare a caccia di notizie, fatti, curiosità: era forse la parte più bella. La nostra redazione era, soprattutto, il bar all’angolo di Piazza Piccola a Sassuolo. Certo, i pezzi, le discussioni su dove collocarli in pagina e il titolo — che talvolta era motivo di confronto acceso — nascevano dal rapporto con la redazione del Carlino di Modena; ma il nostro lavoro, la nostra programmazione e la nostra quotidianità partivano da quel bar, dove ogni sabato mattina Gigi faceva il punto con noi. Era, di fatto, un antesignano di ciò che oggi, nel linguaggio moderno, sono gli staff meeting, i bullet point, tutti quegli inglesismi con cui anch’io oggi convivo e che allora, con grande semplicità, si traducevano in una conversazione che iniziava così: “La prossima settimana, che facciamo?”.

 

C’è un articolo, una notizia o un servizio di quegli anni che ti ha davvero lasciato il segno o di cui vai particolarmente orgoglioso?

Ce n’è più di uno. Ci sono tanti episodi: dalla demolizione di case storiche che, anche grazie a un corsivo di Leo Turrini, divenne la battaglia contro “Ruspa Selvaggia”, e che portò alla pubblicazione di diversi miei articoli di denuncia su ciò che stava accadendo alle antiche residenze del comune di Fiorano. Ma quello che mi ha colpito di più fu la scoperta che la piscina di Spezzano era inquinata. Riuscii ad arrivare a questa notizia grazie a un pediatra che mi segnalò numerosi casi di bambini con lo stesso tipo di patologia. Quando lo raccontai a Luigi Giuliani, lui mi disse: “Se non c’è un pezzo di carta che attesti che quell’acqua è inquinata, non si scrive una riga”, a dimostrazione del rigore che guidava quel modo di fare giornalismo. Ottenni dall’ARPA di Sassuolo, tramite il laboratorio di analisi, i valori dell’acqua che risultarono effettivamente fuori norma. Quella battaglia portò alla chiusura della piscina per tre giorni, il tempo necessario per igienizzarla, sanificarla e rimuovere il problema. C’è davvero un grande parallelismo tra politica e giornalismo: se fatti bene, possono produrre miglioramenti concreti nella vita delle persone.

 

Dopo il giornalismo sei entrato in politica: quanto ti è servita quell’esperienza per capire la comunicazione e gestire i rapporti con il pubblico e i media?

Mi è servita molto sul piano della consapevolezza dell’importanza che la comunicazione riveste, ma mi ha anche messo in guardia rispetto al fatto che, se la politica è solo comunicazione e non è visione, valori, un impianto ideale solido, può essere efficace nel breve periodo, ma alla lunga si rivela una politica piuttosto vuota.

 

Quali competenze da giornalista ti sono tornate più utili nei ruoli istituzionali, come consigliere regionale e Presidente dell’Assemblea regionale?

Immagino che molti si aspetterebbero una risposta che parta dall’andare in televisione o dallo scrivere in maniera efficace; però la capacità che ho sviluppato di più nell’esperienza da cronista del territorio è stata l’ascolto. È stata la capacità di comprendere i problemi delle persone, anche le loro inquietudini. Mi ricordo un articolo su un padre che aveva donato una parte del proprio fegato per il trapianto alla figlia: quella storia non era solo un fatto di cronaca o una bella notizia da raccontare, ma racchiudeva tutta l’inquietudine, la paura e l’amore che c’erano in quel gesto. In fondo, se la politica è soltanto la costruzione di comitati elettorali, di programmi e di candidature in funzione del voto, ma non è anche la capacità di “tenere l’orecchio a terra”, allora le manca un pezzo fondamentale. Questa è la cosa più importante che ho imparato.

 

Poi sei stato eletto alla Camera, poi Portavoce del Partito Democratico e infine Senatore: quali sfide di quegli anni ricordi con più intensità?

Il mio impegno istituzionale ha coinciso con gli anni del cosiddetto “grillismo”, cioè gli anni in cui la politica è stata messa sotto accusa in termini di efficacia, funzionalità e costi. Ancora oggi questa crisi della politica e dei partiti si protrae: basta guardare i dati sull’astensione a ogni tornata elettorale. Ogni azione che ho messo in atto è stata orientata a restituire maggiore dignità alla politica.

 

Oggi, in un contesto politico così frammentato e con un’informazione sempre più veloce e immediata, cosa significa davvero fare politica?

Per rispondere a questa domanda, bisogna prima capire che cosa significhi fare politica. La politica è, per definizione, un periodo della propria vita nel quale ci si spoglia dei propri interessi particolari per servire quelli generali; un periodo in cui si decide di raccogliere un mandato e di occuparsi dei problemi di tutti. E lo si fa partendo dagli ultimi. Mi piace ricordare Ermanno Gorrieri non solo per la sua battaglia, profondamente costituzionale, contro le disuguaglianze, ma anche per il principio secondo cui tutti hanno bisogno della politica, ma soprattutto ne hanno bisogno coloro che non ce la fanno.

 

Dopo l’uscita dal PD hai intrapreso il percorso con Carlo Calenda, dando vita ad Azione: come si costruisce oggi un partito nuovo in Italia e quali strumenti di comunicazione ritieni fondamentali per coinvolgere le persone?

Costruire un partito da zero è stata un’impresa semplicemente titanica. Un conto è far confluire esperienze già esistenti in ambiti nuovi, un conto è partire da un foglio bianco, il che significa un grande lavoro di organizzazione e di coinvolgimento, basato non sulle amicizie o sulle frequentazioni, ma su una solida base ideale.  La comunicazione resta sempre soltanto uno strumento; ciò su cui bisogna concentrarsi ogni giorno è il messaggio.

 

Guardando indietro, vedi un filo rosso che lega giornalismo, comunicazione e politica nella tua carriera?

Sì, e la mia storia ne è la dimostrazione. Si possono denunciare i problemi e mettere di fronte alle proprie responsabilità chi ne è responsabile, affinché li risolva, in questo caso il giornalismo. Oppure si possono ascoltare i bisogni delle persone e organizzarsi per costruire un progetto che li soddisfi: questa è la politica. Secondo me, c’è un’intersezione molto importante tra questi due ambiti.

 

Infine, che consiglio daresti a un giovane che vuole entrare in politica oggi, soprattutto per quanto riguarda la comunicazione e il saper raccontare le proprie idee in modo efficace?

Ai giovani che vogliono fare politica dico: prima di essere buoni comunicatori, studiate, conoscete i problemi, e non cedete alla semplificazione, alla banalizzazione, a chi vuole trasformare tutto in un referendum: pro o contro qualcuno, pro o contro qualcosa, pro o contro un’idea. La realtà è complessa e le soluzioni richiedono un equilibrio grandissimo. Quindi sì, siate efficaci nel farvi capire, ma costruite, non da soli, ma in maniera condivisa, un progetto credibile per il futuro.

 

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