C’erano anni in cui fare il cronista voleva dire stare sulla strada, senza filtri né scorciatoie. Le notizie non arrivavano via social: si scoprivano parlando con le persone nei bar, seguendo le sirene nella notte, fermandosi davanti alle fabbriche occupate o nei mercati del mattino. Bastavano un taccuino, una penna e la capacità di ascoltare. In questo giornalismo autentico, fatto di incontri e presenza fisica, si è formato Luigi Giuliani, nato a Fiorano Modenese il 15 agosto 1946. Una vita intensa: volontario nei paracadutisti, segretario Lapam Licom dal 1968 al 1990 e poi capo ufficio stampa fino al 2004, consigliere comunale a Fiorano negli anni Settanta e Ottanta, conduttore televisivo e cofondatore dell’emittente radiofonica Antenna Uno. È però nel Resto del Carlino che Giuliani lascia la sua firma più riconoscibile: responsabile per quasi trent’anni della pagina di Sassuolo, collabora con il quotidiano fino al 2013 diventando un punto di riferimento per l’informazione locale. Un impegno riconosciuto anche dallo Stato con l’onorificenza di Commendatore della Repubblica Italiana. Questa intervista ne ripercorre le tappe e i significati più profondi.
Luigi, partiamo dall’inizio: com’è nato il tuo rapporto con Il Resto del Carlino?
“Quando Leo Turrini è andato in redazione a Modena, lasciando vacante il posto di corrispondente da Sassuolo. Leo Turrini è stato fondamentale nel mio percorso. Ero un suo collaboratore a Tele Sassuolo e con lui ho sempre avuto la possibilità di allineare gli obiettivi del giornale, chiarire dubbi e imparare quasi tutto”.
Quando parli di “cronista di provincia”, cosa ti viene in mente davvero? Che cosa significa viverlo sulla pelle?
Spesso il termine può avere una sfumatura leggermente ironica, indicando un giornalista che si occupa di “piccole cose”. Tuttavia, il ruolo è fondamentale per dare voce alle comunità locali e raccontare ciò che accade vicino alla gente comune”.
Hai sempre insistito sul fatto che un buon cronista deve stare “in mezzo alla gente”: perché per te era così fondamentale?
“Essere sul posto permette di osservare i fatti con i propri occhi, parlare con testimoni, ascoltare diverse versioni e raccogliere dettagli che non emergono dalle veline o dai “sentito dire”. La presenza diretta aiuta a distinguere ciò che è vero da ciò che potrebbe essere esagerato o frainteso. Voi, quando eravate ragazzi, avete avuto la possibilità di percepire emozioni, tensioni, reazioni della gente e sfumature che arricchivano il racconto, rendendolo più realistico e coinvolgente”.
Quando sceglievi i tuoi collaboratori, cosa cercavi in loro? E come gli trasmettevi l’etica e la responsabilità del mestiere?
“Spiegavo loro che, scrivendo su un giornale, avevano l’obbligo di garantire un’informazione corretta, imparziale e responsabile. Non si tratta solo di leggi o regolamenti, ma di una responsabilità morale verso il pubblico e verso la gente”.
Ti ricordi la tua prima querela? Com’è andata e che cosa hai provato in quel momento?
“La prima delle tre ricevute fu da parte del direttore di un’associazione di categoria. Riportai un documento pubblico redatto da una sessantina di soci e lui pensò bene di querelare me per diffamazione, anziché chi aveva sottoscritto la protesta. L’avvocato Villa, che a Bologna difendeva cronisti e giornalisti del Carlino da questo tipo di denunce, mi disse di non preoccuparmi. Non ho più saputo nulla. Le altre due querele furono poi ritirate da chi le aveva presentate”.
Come si affrontano intimidazioni, pressioni e attacchi personali quando si lavora sul territorio e ci si espone così tanto?
“Continuando a fare informazione accurata, basata su fatti verificati, evitando speculazioni o accuse personali prive di prove. Le minacce esterne hanno rafforzato in me la volontà di rimanere fedele alla verità e ai principi etici, senza cedere alla censura, all’autocensura o alla manipolazione. Basti dire che un partito politico e alcuni consiglieri comunali tappezzarono i muri del paese con due manifesti contro di me. Cambiato il primo cittadino – dello stesso partito – il nuovo sindaco mi consegnò una targa di riconoscimento per il lavoro d’informazione che stavo svolgendo”.
Mantenere l’autonomia non dev’essere stato semplice: quanto era difficile restare indipendenti in un territorio pieno di partiti, poteri e interessi forti?
“Un cronista locale autonomo non deve farsi influenzare da interessi politici, economici o di gruppo. Questa indipendenza garantisce che le notizie siano presentate in modo imparziale e basato sui fatti, senza distorsioni per favorire determinate fazioni. Purtroppo, c’è stato qualche amministratore pubblico che, dopo aver vinto le elezioni, ha pensato di poter decidere anche come fare informazione”.
L’incendio alla ex ceramica Campanella è rimasto un episodio simbolico: cosa ricordi di quei momenti e come hai vissuto la vicenda della firma mancata sul pezzo?
“È stato un dramma per un’intera comunità. L’ho vissuto direttamente per una decina d’ore accanto all’allora sindaco Renzo Sola. Avevo scritto tutto, assumendomi ciò che questo comporta. Qualcuno si è preso il merito del mio lavoro, minando la mia dignità e creando un clima di totale disapprovazione e derisione nel gruppo dei collaboratori sassolesi”.
Guardando indietro, quali sono stati i momenti più formativi della tua vita da cronista?
“Vivere in mezzo alla gente e conoscere altri mondi è l’essenza più autentica che mi ha accompagnato in questi trent’anni. Sono uscito dalla mia bolla, ho attraversato confini sociali e culturali, ho ascoltato storie che altrimenti sarebbero rimaste silenziose. Fare il cronista locale ti impone di sporcarti le scarpe: stare con gli operai nelle tende davanti alle fabbriche occupate, confonderti nella folla dei mercati o dei cortei, capire cosa muove davvero le persone. In questo senso, il cronista diventa un ponte: non solo osserva, ma interpreta, traduce e restituisce al lettore ciò che ha visto”.
Hai viaggiato con personalità come Biagi, Zavoli, Turrini, Angela, Hack… cosa ti hanno lasciato quei percorsi condivisi?
“In occasione degli “Incontri culturali” ho percorso tantissimi chilometri in macchina con queste persone. È stato come frequentare una scuola di vita: un potente acceleratore di crescita personale e culturale. Le loro esperienze condensavano anni di successi, errori, intuizioni e prospettive maturate sul campo. Ascoltarli mi ha permesso di accedere a conoscenze complesse in forma narrativa, spesso più memorabile e motivante di qualsiasi altra”.
Secondo te, cosa serve per diventare giornalisti oggi, in un mondo dove tutto corre e le notizie nascono e muoiono in un attimo?
“Diventare giornalista oggi non significa più soltanto studiare in una scuola di giornalismo o iscriversi all’albo: significa saper navigare un mondo dell’informazione in cui velocità, verifica delle fonti e capacità di raccontare storie in modo originale sono fondamentali”.
Se potessi tornare indietro e parlare al giovane Luigi che iniziava a scrivere, quale consiglio gli daresti?
“Studiare, e non limitarsi a vivere unicamente l’idea di una stagione irripetibile, segnata da un desiderio profondo di libertà, cambiamento e apertura al nuovo. Non mi lamento per ciò che ho fatto, ma se avessi dato retta ai miei genitori avrei sicuramente alzato l’asticella del mio modo di vivere. Come? Spingendomi verso nuovi obiettivi attraverso passione e impegno, evitando la comodità e il giudizio, ma trovando un equilibrio con il bisogno interiore di andare oltre”.
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