Nato a Sassuolo nel 1968, Guglielmo Leoni ha iniziato il suo percorso professionale nel giornalismo locale, collaborando con il Resto del Carlino nella redazione di Sassuolo, dove la passione per la parola scritta si è presto trasformata in mestiere. Giornalista professionista iscritto all’Albo nazionale, ha poi scritto per diverse testate, trovando nella cronaca quotidiana e nel rigore dei fatti una palestra formativa fondamentale. Con il passare degli anni, il suo sguardo si è progressivamente ampliato, portandolo a occuparsi di comunicazione e di ideazione di progetti culturali, sociali e di promozione territoriale, anche in ambito nazionale ed europeo. Nel corso degli anni ha lavorato con enti pubblici, associazioni e soggetti privati, mettendo a frutto competenze giornalistiche e progettuali in attività di ufficio stampa e comunicazione istituzionale. Oggi collabora con la Fondazione di Modena e sviluppa progettualità culturali per l’Associazione Lumen e per Casa Corsini, spazio dedicato all’innovazione sociale del Comune di Fiorano Modenese.
In questa intervista ripercorre le tappe di un cammino che attraversa carta stampata, digitale e progettazione culturale, riflettendo sul valore del racconto, sull’evoluzione del giornalismo e sulle sfide di comunicare territori e comunità in un tempo di profondi cambiamenti. È inoltre co-autore del volume Fuori sacco. Quando era bello essere giornalisti, edito da Incontri Editrice, un racconto corale che restituisce pratiche e valori di una stagione significativa del giornalismo locale.
Guglielmo, sei nato a Sassuolo e hai iniziato come giornalista collaboratore: come descriveresti il tuo primo incontro con il mondo dell’informazione?
La parola scritta mi ha sempre affascinato, l’informazione mi è parsa un modo utile per spenderla. Ero molto giovane: vedere che quello che pensavo e scrivevo veniva pubblicato e letto mi consegnava a un misto di stupore e responsabilità. È stata un’esperienza formativa sotto molteplici aspetti.
Oggi lavori su progetti culturali, sociali e di comunicazione: come convivi con questo “doppio” profilo, giornalista e progettista?
Il giornalismo mi ha lasciato come abitudine il ricordare che dietro ogni tema “alto” ci sono sempre vite concrete. È una bella base di partenza anche per chi progetta.
Quali ricordi ti legano alla redazione di Sassuolo negli anni in cui eri attivo?
Luigi Giuliani ha fatto quanto in suo potere, con generosità, per sostenere i talenti che ha notato in noi giovani cronisti del Carlino e questo ha aiutato molti a crescere professionalmente. Personalmente sento di aver condiviso una stagione della vita con ragazze e ragazzi che, come me, cercavano di crearsi un futuro.
Che atmosfera c’era tra i giornalisti locali e quali insegnamenti porti ancora con te?
Colleghi, amici, ma anche concorrenti, se si lavorava per testate diverse. In genere, con rispetto e correttezza. Porto ancora con me la certezza che ogni giorno c’è da riempire una nuova pagina, non importa cosa hai fatto ieri: la pagina di oggi è da scrivere.
C’è una storia, un pezzo o un’esperienza che ti ha formato particolarmente in quegli anni?
Mi ha formato la quotidianità, il dover scrivere di tutto, anche di tematiche che sentivo lontane. E leggere quello che scrivevano i colleghi, capire che una notizia può essere raccontata in diversi modi.
Dopo il giornalismo, hai intrapreso un percorso nella comunicazione istituzionale e territoriale: quali sono le sfide più grandi quando si racconta un territorio?
Come base servono correttezza e rispetto. Poi, la sensibilità sociale è sicuramente l’elemento che può fare la differenza.
Lavorando con enti pubblici, associazioni e privati, quali competenze ritieni essenziali per essere efficace oggi?
Anche il mondo della comunicazione è attraversato da una radicale trasformazione. Bisogna restare aggiornati sui nuovi strumenti e saperli usare senza perdere il senso più profondo del lavoro che c’è da fare. In generale, serve il saper imparare.
Come cambia il modo di comunicare tra carta stampata, digitale e progetti culturali?
Ogni campo ha le sue regole: il digitale è ormai la base di tutto. Giornalismo e progetti culturali, se vogliamo generalizzare, si possono permettere profondità e ritmi diversi.
Quali competenze del giornalista ti sono tornate più utili nel lavoro di comunicazione e progettazione?
La capacità di fare sintesi.
C’è qualcosa del giornalismo che ti manca? Oppure il passaggio è stato naturale?
L’adrenalina della chiusura della pagina è un elemento forte, che mi è mancato per molto tempo. Ma il lavoro che faccio oggi, più articolato e riflessivo, è quello che sento mio in questa fase della vita.
Secondo te, come evolverà il ruolo del giornalista oggi, in un contesto dove la comunicazione è sempre più progettuale e multimediale? Un messaggio ai giovani che vogliono entrare nel giornalismo o nella comunicazione culturale?
Difficile fare previsioni, diciamo che al momento, profondità e sensibilità umana non sono ancora una carta che l’intelligenza artificiale può giocarsi con successo. Quindi, anche se il settore reclama pezzi da leggere in due minuti e titoli acchiappa like, paradossalmente consiglierei il vero e onesto giornalismo d’inchiesta: risponde ad un bisogno reale, è meno frequentato e alla lunga può rivelarsi una scelta vincente.
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