Fabio Panciroli, la passione per raccontare tra carta, tv e comunicazione pubblica

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Oggi abbiamo il piacere di incontrare Fabio Panciroli, una figura di riferimento nel giornalismo e nella comunicazione locale. Fabio ha collaborato con Carlino Modena dal 1994 al 2000 e, successivamente, è stato Direttore Responsabile di Telemodena dal 1999 al 2001. Nel 2001 ha iniziato a occuparsi della Comunicazione Istituzionale del Comune di Sassuolo, incarico che ricopre ancora oggi. Parallelamente, dirige un magazine televisivo economico, Quarto Elemento, e una trasmissione turistica stagionale, Estate in Appennino.

Fabio, sei passato dal giornalismo al ruolo di responsabile della comunicazione istituzionale: come descriveresti oggi il filo conduttore della tua carriera?

Lo diceva Rocky ad Adriana nel secondo capitolo della saga: so fare solo quello. Bene o male non so e non sta a me dirlo, ma ho pensato tante volte di voltare pagina, non mi vedo, però, in nessun altro contesto.  Credo che il filo conduttore di tutte le mie “avventure” sia la voglia di raccontare

Ripensando ai primi anni al Carlino negli anni ’90, qual è il ricordo più vivido della tua esperienza giornalistica?

Incontrai Luigi Giuliani, introdottomi da Marco Fiori col quale avevo condiviso gli anni del liceo, in un sottoscala del Comune di Sassuolo. Alla fine di quello che era il primo colloquio conoscitivo, mi disse: mi sembri un bravo ragazzo,  peccato che tra qualche giorno smetto di scrivere, ci saremmo divertiti. Mi diede un tomo coi servizi a domanda individuale del comune di Sassuolo chiedendomi 60 righe da 60 battute, poi mi salutò.  Ancora oggi Luigi è importantissimo per il giornalismo locale e, da allora, sono passati 30 anni.

Dal Carlino a Telemodena: come sei passato dalla carta stampata alla televisione? Quali sono le differenze che hai percepito nei modi di lavorare in quei contesti differenti?

Ero entrato nell’ufficio stampa di una squadra di volley, che militava in B1, per la quale facevo le telecronache delle gare casalinghe su Telemodena. L’editore mi notò e, quando si liberò il posto, mi offrì la conduzione in diretta di quella che era una sorta di Domenica sportiva locale. Da lì, il passaggio in redazione tg poi alla direzione fu quasi naturale. Le differenze sono enormi, dal linguaggio allo stile, dal supporto delle immagini ai tempi ridotti di un servizio tg. In fondo, però, si tratta sempre di raccontare…

C’è una storia o una chiusura di servizio che ancora oggi ti emoziona ricordare?

I tanti servizi, scritti sul Carlino o video, fatti con Padre Sebastiano Bernardini. Una persona eccezionale, mai banale e dal cuore straordinario come le tante cose che ha fatto in vita.

Dal 2001 sei alla comunicazione del Comune di Sassuolo: come è cambiato il tuo approccio rispetto al giornalismo?

Beh parecchio: allora cercavo le fonti, oggi sono una di loro. I miei comunicati,  però,  non sono veline in burocratese,  sono piccoli articoli: la voglia di raccontare continua.

Come riesci a mantenere trasparenza e chiarezza quando l’informazione è legata a istituzioni pubbliche?

Trasparenza, chiarezza e correttezza dovrebbero essere le basi della comunicazione istituzionale, è questo che la distingue dalla comunicazione politica dove invece sottintesi e mezze verità sono all’ordine del giorno. Poi, è vero che ho scritto cose di cui mi sono vergognato, altre che invece ho dovuto imporre a me stesso moderazione tanto era il trasporto.

Dirigi il magazine economico “Quarto Elemento” e la trasmissione turistica “Estate in Appennino”: come nascono queste idee e come le realizzi?

Sempre da quella voglia di raccontare che mi accompagna da quando ero piccolo. Economia e turismo sono due parti fondamentali del sistema Modena e meritano di essere raccontate. E…state in Appennino, tra l’altro, non parla solamente di turismo ma di un mondo meraviglioso, fatto di persone straordinariamente di cuore. Le realizzo divertendomi, sempre: ho la fortuna si essere accompagnato da amici, bravi e professionali, è facile.

C’è un episodio o un’intervista che consideri simbolo del tuo lavoro in questi programmi?

Simbolo sinceramente non saprei dire. Un episodio però racconta molto della potenza di immagini e tv.  Scrivo dal 1994, faccio televisione, con alcuni servizi anche nelle reti nazionali, dal 1999. Eppure nessun servizio mi ha portato tanta popolarità come quello realizzato per E…state in Appennino alla Festa del Letame di Pompeano. C’erano gli “assaggiatori” che annusando il letame erano in grado di stabilire cosa avesse mangiato la mucca. C’era la tombola del letame…il giorno dopo la messa in onda faticavo a camminare per strada tante erano le persone che mi fermavano per chiedermi com’era.

Quali competenze acquisite nel giornalismo ti sono tornate più utili nel ruolo di comunicazione istituzionale e media manager?

Tutte: vivere e conoscere il lavoro delle redazioni è fondamentale per poter fare comunicazione istituzionale. Ciò che credo di aver portato con me maggiormente, però, penso sia la capacità di ascoltare, anche il non detto, i silenzi, le esitazioni. Oltre al non prendersi troppo sul serio: diffido di chi inizia una frase con “la mia professionalità.

Quali storie locali ritieni ancora poco raccontate e meritevoli di visibilità?

Ci sono giovani professionisti nel nostro territorio che il mondo ci invidia e, spesso, ci sottrae: nell’industria, certo, ma anche nella fisica, nella matematica. Resto convinto però che meriterebbero più spazio le storie semplici: la mamma sola che lavora e cresce i figli, l’anziano che ha lavorato tutta la vita e consuma i suoi risparmi per aiutare i figli che hanno stipendi ridicoli; il caregiver stanco, preoccupato ma sempre con il sorriso sul volto. Non so, però, oggi che spazio avrebbero nei media.

Se dovessi dare un consiglio a un giovane che vuole fare giornalismo o comunicazione istituzionale, quale sarebbe?

Le cose facili non portano a nulla. Oggi ci si sente comunicatori perché con l’intelligenza artificiale si è in grado di fare post, sui social, emozionali e ricchi di emoticon. Mi hanno insegnato ad ascoltare la gente,  a vivere in mezzo alla gente, a raccontare quello che vedo e sento ma anche quello che nessuno ha il coraggio o la forza di dire. Da quella scuola sono usciti personaggi come Leo Turrini che ha cambiato il modo di raccontare lo sport; dall’intelligenza artificiale non uscirà nulla di nuovo perché alla base ha dati, nozioni, di ieri: già vecchie.

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