Nato a Sassuolo nel 1960, Leo Turrini scopre molto presto che la scrittura sarà la sua strada. Tutto comincia alle elementari, con un giornalino di classe e una maestra capace di accendere una vocazione destinata a durare una vita. Da lì prende forma un percorso lungo mezzo secolo: dagli esordi giovanissimi alla Gazzetta di Modena al legame viscerale con la Ferrari, nata ascoltando i motori di Fiorano e diventata specializzazione in Formula 1 seguita in tutto il mondo. Opinionista per Sky, firma dei quotidiani del gruppo Poligrafici Editoriale Nazionale (Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno), autore di libri e biografie, creatore del blog Profondo Rosso e inviato a numerose Olimpiadi, Turrini ha attraversato sport, tragedie, trionfi ed emozioni con la stessa curiosità di allora. Perché per lui il giornalismo non è mai stato un mestiere, ma una passione necessaria per sentirsi vivo.
Leo, sei nato e cresciuto a Sassuolo: quali sono i ricordi più nitidi dei tuoi primi passi nel giornalismo?
Alle elementari curavo il giornalino di classe. La mia meravigliosa maestra si chiamava Renata Iori. Li’ ho capito che nella vita volevo scrivere raccontando le mie emozioni. E’ nato tutto così. A 15 anni mi sono sfacciatamente presentato negli uffici della antica Gazzetta di Modena, quella dei tempi del Duca. Incredibilmente mi hanno preso come corrispondente da Sassuolo. Mi pagavano a righe. E’ iniziato tutto così, mezzo secolo fa. E come canta Vasco Rossi, e già, io sono ancora qua (per la disperazione di chi mi legge, s’intende)
Sei considerato uno dei massimi esperti di Formula 1 e della Ferrari: come è nata questa passione e cosa ti ha spinto a diventare un punto di riferimento in questo mondo?
Beh, io sono di Sassuolo, quando ero monello si sentiva il rumore della Ferrari che provava in pista a Fiorano, due chilometri più in là’ in linea d’aria. Poi un vicino di casa più grande di me faceva il meccanico per le Rosse e io andavo sempre a rompergli le scatole per farmi raccontare i segreti delle corse. In pratica la Ferrari per me è un affetto di famiglia. E aggiungo che incontrare il leggendario Drake quando avevo vent’anni fu una emozione fortissima. Lui mi prese in simpatia, forse perché parlavamo lo stesso dialetto! Il resto è tutta una favola: gli editori mi hanno pagato per scrivere di cose che io avrei pagato pur di poterle raccontare. Insomma, meriti non ne ho. I am a Lucky boy.
Raccontaci un episodio della tua carriera in F1 che ancora oggi ti emoziona ogni volta che ci pensi.
Come inviato di F1 ho vissuto l’enorme tragedia di Imola 1994, le morti dí Ratzenberger e Senna nel giro di 24 ore. L’austriaco non lo conoscevo, con Ayrton avevo un rapporto personale. Dopo quei fatti orribili non volevo più occuparmi di motori, narrare disgrazie mi atterrisce. Ma un grande direttore, Marco Leonelli, mi fece cambiare idea. Mi disse: un giornalista non deve avere paura della verità, nemmeno quando è oscenamente triste. Aveva ragione
Oltre alla F1, ti sei occupato di calcio, ciclismo e pallavolo: come hai fatto a gestire tutte queste passioni e trasformarle in lavoro?
Per me il giornalismo non è un lavoro nel senso di mestiere, fatica, eccetera. E’ sempre passione, la stessa che avevo quando curavo il giornalino di classe alle elementari. Io tento di raccontare emozioni, soprattutto prendendo spunto dallo sport, dalle sue tante discipline. Ho una laurea in giurisprudenza, avessi fatto il notaio o l’avvocato avrei guadagnato di più ma sarei stato meno felice. Perché amo scrivere, mi fa sentire vivo
Sei stato tra i fondatori del mensile SuperVolley: come è nata l’idea di creare una rivista tutta dedicata alla pallavolo?
La pallavolo per un modenese è cultura, e’ vita. Pensa che a Sassuolo, cinquant’anni fa!, avevamo una squadra in serie A, mentre nel calcio eravamo tra i dilettanti. Quindi scrivere di volley era la cosa più naturale, per un ragazzino. Poi nel 1989 ero già professionista, giravo già il mondo e Jacopo Volpi, collega Rai e caro amico, mi coinvolse nel lancio del primo mensile specializzato. Eravamo giovani, c’erano anche due colleghe straordinarie come Valentina De Salvo e Alessandra Giardini. Facevamo la rivista nei ritagli di tempo, ci divertivamo come pazzi, fu un successo. Oggi è tutto diverso, credo sia una esperienza irripetibile.
Durante le Olimpiadi di Londra 2012 sei stato premiato da Dick Fosbury per la tua tredicesima Olimpiade da inviato: che emozione hai provato e quali ricordi ti porti dietro di quell’esperienza?
Beh, Fosbury è l’essere umano che ha inventato la tecnica “a gambero” nel salto in alto. Un genio assoluto, che ideò la rivoluzione nel mitico 1968 e vinse pure l’oro olimpico. Io nel 1968 avevo otto anni e Fosbury era un eroe. Incontrarlo a Londra nel 2012 ed essere premiato da lui è stata una emozione. Siamo stati un po’ assieme, gli ho riversato addosso la gratitudine per i miei sogni di bambino. E’ stato carinissimo, era una gran persona, purtroppo è morto troppo presto
Hai vinto il premio letterario Dino Ferrari nel 1993 e il Premio Beppe Viola nel 2014 insieme a Cesare Prandelli: che valore hanno avuto per te questi riconoscimenti?
Ogni volta che mi danno un premio mi sento come i Jalisse quando vinsero il Festival di Sanremo nel 1967: sospetto che le giurie si siano sbagliate!
Oltre allo sport, ami anche musica, cinema e costume: quanto queste passioni hanno influenzato il tuo modo di raccontare storie?
Si’, mi piace occuparmi di cose che accendono la mia passione. La musica, i libri, i fumetti, il cinema. Le emozioni di un bambino. Come canta Riccardo Cocciante, “com’ero son restato”.
Guardando alla tua carriera lunga e intensa, qual è stata la sfida più difficile e come l’hai affrontata?
Banalmente, la vita di chiunque è una sfida quotidiana. Momenti difficili ce ne sono stati, mica sono Superman. E come tutti mi sono imbattuto anche io in perfetti idioti, in gente invidiosa che si augurava di vedermi fallire. Ma è normale, vale per tutti. L’importante è sviluppare sempre il negativo della fotografia, come diceva mia suocera quando ancora non esistevano i selfie. Le ho dato retta e ho fatto bene.
Quale consiglio daresti a un giovane che sogna di diventare giornalista sportivo oggi, in un mondo dove le notizie corrono così veloci?
Di pensarci bene. Il giornalismo e’ meraviglioso ma ti succhia la vita. Incide profondamente sul privato di una persona. In più oggi, per una infinità di ragioni, è una professione dagli esiti incerti. Ergo, provateci solo se, come e’ stato per me, non riuscite ad immaginare la vostra esistenza senza il giornalismo.
E per chiudere, c’è un episodio, un’intervista o una storia che secondo te rappresenta al meglio la tua filosofia di giornalismo e di vita.
Uh, che domanda difficile. Se ti firmi su un giornale o sul web o se fai l’opinionista in tv, beh, ti esponi sempre al giudizio del pubblico. Quindi, non rispondo. Posso però confessare una cosa: all’età che ho, 50 anni dopo il primo articolo, mi intenerisce imbattermi in colleghi più giovani che dicono di considerarmi un modello. Ovviamente mentono spudoratamente, ma per me è bello credere siano sinceri…
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