Davide Baraldi: dalle cronache locali alla ceramica. Il filo rosso della comunicazione

pubblicato in: Interviste 0

Il 25 luglio 1998, alle undici del mattino, un ragazzo stanco per una notte insonne e carico di aspettative si presenta in Piazza Garibaldi, a Sassuolo, per il suo primo incontro con Il Resto del Carlino. Davide Baraldi non può ancora saperlo, ma quell’appuntamento segnerà l’inizio di un percorso che lo porterà dal giornalismo locale al mondo della ceramica, senza mai smarrire il filo rosso che unisce entrambe le esperienze: la capacità di raccontare, capire e dare forma alle storie e alle persone.

Davide, negli anni ’90 hai iniziato come collaboratore al Resto del Carlino di Sassuolo. Qual è il ricordo che ti torna subito in mente di quei primi anni in redazione?

Ho iniziato a collaborare con la pagina locale de Il Resto del Carlino ufficialmente il 25 luglio 1998 alle ore 11:00, presso il ritrovo abituale in Piazza Garibaldi a Sassuolo. Pur non ricordando esattamente come Luigi Giuliani si mise in contatto con me, ho ben chiara questa data perché legata a un aneddoto che spesso ricordo e che tutt’oggi racconto ogni volta che l’argomento emerge nei discorsi fra amici e conoscenti. La sera prima, infatti, sarei dovuto andare a vedere un concerto a Como e avevo calcolato il rientro in modo da avere a disposizione un numero di ore di sonno sufficienti a non farmi fare brutta figura il giorno della mia “presentazione”. Ebbene, durante il ritorno, giunto in autostrada all’altezza di Parma, un incidente mi tenne bloccato fino alle 4 del mattino, costringendomi ad arrivare a casa praticamente alle 6, dove, tra la tensione del lungo rientro e quella del volermi presentare in condizioni accettabili al mio primo incontro, riuscii a riposare per ben tre cortissime ore.

Per alcuni potrebbe essere un aneddoto risibile, ma per il sottoscritto tale non è. Non lo è perché non sapevo allora né con chi mi sarei dovuto confrontare né in che modo avrei dovuto farlo e, aggiungo, perché davo a quell’appuntamento un’enorme importanza per un ambiente, quale quello del giornalismo, che avevo sempre guardato, in qualità di spettatore, con ammirazione e rispetto.

Com’era la vita quotidiana in redazione? Tra scadenze, raccolta notizie e contatto con il territorio, quali erano le sfide più grandi?
Sembra quasi preistoria, per quanto da allora la tecnologia sia cambiata, ma per me la sfida più grande, almeno inizialmente, fu quella di prendere le misure al numero di battute che di volta in volta venivano assegnate al proprio articolo. Non erano disponibili grandi programmi per la scrittura su PC come quelli oggi esistenti, per cui, almeno per me e soprattutto le prime volte, nel caso di articoli relativamente brevi mi ritrovavo a contare le battute e ad aggiornare grammatica e sintassi in funzione dello spazio da riempire. Col tempo e con l’esperienza tutto divenne più semplice; però devo dire che allora presi la questione delle battute così seriamente che penso di aver trascorso più tempo ad adattare la lunghezza degli articoli che a scriverli.

C’è un articolo o un servizio di quegli anni che ricordi con particolare orgoglio o che ti ha lasciato il segno?
In generale sono molto legato a tutti quegli articoli che hanno trattato questioni legate al mio paese, ovvero Magreta, perché hanno qualificato la mia attività di cronista non solo dal punto di vista professionale, ma anche umano, visto che gli argomenti trattati erano quasi sempre volti a far emergere esigenze e problematiche del paese in cui vivevo e delle persone che vi abitavano. Se poi, tra questi articoli, devo citarne uno, voglio ricordare quello col quale segnalammo la scomparsa di un compaesano, un ragazzo molto giovane, quasi mio coetaneo.
Una persona eccezionale, seria, un gran lavoratore e proveniente da una famiglia sana che, forse in un momento di debolezza, decise di andarsene senza lasciare spiegazioni. Per qualche giorno la fiammella della speranza, e quindi di un ritrovamento, rimase accesa, forse anche grazie a questo piccolo “riflettore”; però poi, alla fine, l’epilogo, come in numerosi casi analoghi, fu purtroppo tragico e la seppur minima soddisfazione per aver contribuito al tentativo di far luce sul caso fece presto spazio al dolore, che non fu solo di una famiglia ma di un’intera comunità locale.

Dopo il giornalismo sei passato al settore ceramico in Spagna: cosa ti ha spinto a fare un cambiamento così importante?
La decisione di lavorare nel settore ceramico è stata figlia, in primo luogo, di due aspetti fondamentali:

– la mia volontà, pur provenendo da una famiglia che nulla aveva a che fare con questo settore, di entrarvi a far parte e di provare a crescere imparando una professione;
– l’impossibilità di mantenermi coi soli proventi derivati dagli articoli.

Nonostante infatti mi fossi ripagato tutti gli studi universitari coi classici lavori stagionali, avevo voglia e necessità di una stabilità finanziaria che tanto l’età quanto il desiderio di una seppur minima indipendenza economica ormai mi imponevano. Al tempo, non vantando conoscenze di alcun tipo nel comprensorio e non avendo alcuna esperienza, iniziai a spargere curricula in tutti i centralini, ma credo che il mix sopra citato abbia indotto tutte le aziende sassolesi a lasciar perdere il mio profilo. Col senno di poi credo mi abbiano fatto un favore perché, a parte il fatto che tutt’ora collaboro con aziende della zona di Castellón, ciò mi indusse ad accettare senza tante storie la chiamata di un’azienda spagnola che mi assunse, mi permise di imparare una professione, una nuova lingua e di conoscere una cultura imprenditoriale quale quella spagnola che, soprattutto in quell’epoca, era denigrata e irrisa dalla maggior parte della “Sassuolo bene”.

Ci sono cose che hai imparato in redazione — approcci, abitudini, competenze — che ti sono tornate utili nella gestione commerciale e internazionale? Guardando indietro, quanto ti ha aiutato l’esperienza giornalistica a capire mercati, persone e contesti complessi?

La domanda è molto interessante e sono felice di rispondere anche perché, e per certi versi a ragione, agli occhi del 99% delle persone una carriera commerciale in un ambiente “complesso” quale quello ceramico nulla ha a che spartire con una pregressa esperienza giornalistica. Nel mio caso specifico, invece, ritengo che il mio percorso giornalistico sia stato determinante nello strutturare una comunicazione verbale con la quale, al di là delle competenze di ciascuno, potermi interfacciare con persone ai più diversi livelli. Quando scrivi un articolo sei costretto ad allargare il tuo vocabolario, ti devi sforzare per rendere un pensiero comprensibile e devi tradurre fatti concreti in parole, mantenendo sempre una logica dalle premesse fino alle conclusioni. Tutto ciò è forse quanto di più importante, professionalmente parlando, mi ha donato questa esperienza perché mi ha aiutato, oltre forse a qualche altra qualità personale, a rendermi credibile proprio per il fatto di essere in grado di strutturare una frase, di argomentare una posizione e di giustificare delle conclusioni.

Oggi, secondo te, quali qualità sono indispensabili per chi vuole intraprendere la carriera giornalistica?
Se penso al panorama di fine anni ’90 o inizio 2000, direi che la prima dote doveva/poteva essere l’umiltà.
Umiltà nei riguardi di figure come Luigi, ma anche umiltà nei riguardi di coetanei che avevano iniziato a svolgere questa attività da più anni e ai quali, specie i primi tempi, invidiavo la sicurezza derivante dall’esperienza.  Se però dovessi rispondere in base a quanto vedo oggigiorno, la risposta non sarebbe la stessa perché, soprattutto se si esce dal perimetro locale, siamo letteralmente sommersi da notizie e da media che le veicolano.
La rapidità con la quale un’informazione viene metabolizzata e superata da un’altra è anni luce diversa da quella cui noi eravamo abituati, tanto da far sembrare il modo di lavorare di 25 anni fa un’attività antica quanto un’era geologica.  Oggi, fra tutte, sceglierei di indicare tre qualità:

– “fame di notizie”: intesa come voglia di analizzare, cercare e quindi filtrare le migliaia di segnalazioni cui ogni giorno, passivamente e non, siamo sottoposti;
– intuito: inteso come capacità di approfondire una notizia a discapito di un’altra, darle una singolare chiave di lettura e fare una propria narrazione proprio dove altri vedono una semplice cronaca;
– conoscenza dei nuovi media: le nuove tecnologie hanno di fatto annullato la mediazione dei canali di informazione tradizionali, per cui è molto più semplice, per chi vuole fare giornalismo, arrivare direttamente al pubblico e costruirsi una propria credibilità anche senza una testata che garantisca per te.

È vero che servono sempre tempo e dedizione per affermarsi, ma con la giusta determinazione penso che chi vale possa emergere e resistere sul lungo periodo.

Nel tuo percorso internazionale hai coordinato produzioni e team: quanto conta, in questi contesti, saper “raccontare una storia” come facevi da giornalista?
Alla luce del mio percorso professionale, nonostante mi sia quasi sempre mosso da solo e non abbia mai coordinato né voluto coordinare alcun team, condivido appieno il termine “raccontare una storia”, a patto però che la “storia” da raccontare sia la tua e non quella di qualcun altro. La posizione subordinata di uno o più collaboratori è condizione sufficiente quando le direttive hanno a che fare con la vita lavorativa quotidiana, ma quando ciò che vuoi trasmettere è una visione o la strategia di un percorso di medio-lungo periodo allora hai assolutamente bisogno di empatia e di capacità comunicative che nessuna conoscenza tecnica, per approfondita che sia, ti può regalare.

È in casi come questi che l’esperienza giornalistica riesce a darti una mano, perché chi possiede un vocabolario di 3.000 pagine riesce meglio a farsi capire di chi ne ha uno, per scelta o per destino, di 300.

Se oggi potessi tornare a fare giornalismo locale, in che forma ti piacerebbe farlo?
Questa è una di quelle domande che, lo dico ironicamente, mai dovrebbero essere poste a chi ha abbandonato il giornalismo perché scatenano un mare di idee, alcune latenti e altre meno, alcune folli e altre banali. Tra tutte, rispondendo di getto e dovendo circoscrivere il raggio d’azione al nostro territorio, credo mi piacerebbe veder realizzato un format video in cui raccogliere testimonianze e storie di vita di tantissimi professionisti che hanno sempre operato nell’ombra dei media ma il cui percorso è in grado di offrire spunti e aneddoti che attendono solo di venire raccontati. Mi viene in mente, per citare un caso che mi colpì particolarmente, di aver incontrato alcuni anni or sono un (per me) anonimo agente di commercio ultrasettantenne che, in piena crisi libica e con una guerra civile che si stava combattendo strada per strada, si recò più volte a Tripoli per vendere piastrelle di seconda o terza scelta, sfruttando voli e scali a dir poco folkloristici. Storie come questa nascono nel perimetro del nostro mondo, lavorativamente parlando, ma la ceramica è il pretesto per poter narrare esperienze di vita ricche di aneddoti e curiosità potenzialmente in grado di aprirsi oltre la cronaca locale, sfruttando peraltro un momento, quale quello attuale, in cui la tecnologia permette, con costi anche limitati, di realizzare prodotti di buona qualità.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *